Gli dei, l’HACCP e la prevenzione dei rischi in generale

E’ una tradizione un po’ di tutte le religioni di successo di pensare in grande: grandi edifici di preghiera, grandi poteri attribuiti al loro dio, grandi miracoli, grandi esplosioni in luoghi affollati da un gran numero di persone, grandi ricompense o punizioni per chi si comporta bene o male. Sembra proprio che la discrezione non sia la chiave del successo per una religione.

Anche quando si chiede conto alla chiesa cattolica dei suoi errori del passato, lo si fa sui grandi errori che si sono verificati in grandi circostanze. Cito ad esempio il benestare dato ai grandi stermini razziali del secolo scorso, o l’episodio più divertente delle grandi scoperte astronomiche di Galileo sui grandi oggetti spaziali rotanti, o ancora le grandi stragi di valdesi ad opera degli sgherri del papa, la grande inquisizione, fino alla grande quantità di denaro che la chiesa cattolica riceve ogni anno dallo stato italiano e alla copertura del grande ordine mondiale dei preti pedofili.

Quello che ci si dimentica però è che non esiste solo il grande, ma anche il piccolo: mi riferisco a quel piccolo mondo di batteri e virus di cui non si aveva conoscenza fino a pochi secoli fa. Siccome gran parte dei libri sacri alle religioni sono stati scritti per intercessione o dettatura divina molto prima che gli esseri umani scoprissero l’esistenza di tali microorganismi che sfuggono all’occhio umano, è facile pensare che nessun dio ha voluto mandare in confusione le nostre limitate testoline mettendosi a parlare di cose non note, nonostante siano tutte cose create dagli stessi dei, dal paramecio all’Escherichia coli.

Succede poi che, per motivi che non ho mai capito, gli dei di tutte le principali religioni non fanno uscire aggiornamenti ai loro libri sacri ormai da molti secoli. Questo nonostante i tributi richiesti in preghiere, opere e sangue vengano versati regolarmente. Di conseguenza le religioni non hanno indicazioni chiare su come gestire questa novità dei microorganismi. Che è una cosa sconcertante: da un lato ti vengono a dire nel dettaglio cosa mangiare, come vestirti, come comportarti e quali luoghi di culto visitare in quali giorni. Ma su questo altro fronte niente, il vuoto assoluto: come se lavarsi o meno le mani dopo aver maneggiato del pollo crudo sia una scelta personale del chirurgo, e non riguardi minimanente la salute del cristiano a cui sta operando un bypass. Alcune religioni ne escono con una serie di indicazioni perlomeno originali, come quella di tenere due cucine separate, una per i latticini e una per tutto il resto. O quella per cui alcuni animali sono considerati commestibili e altri immondi o sacri, a seconda della scuola di pensiero, e di conseguenza il fedele sa se può infilarseli in bocca o no. Probabilmente tali bestie sono state fonte di contagio o di altri problemi alimentari in passato, e il dio associato ha pensato di eliminare il rischio all’origine, senza tante spiegazioni su virus e batteri vari. Un po’ mi dispiace, perché denota una scarsa considerazione dell’intelligenza dei propri fedeli. Quando devo spiegare ai miei figli dell’importanza di lavarsi le mani non faccio certo leva sulle terribili punizioni inflitte a chi non si attiene ai miei comandamenti, ma parlo senza problemi dei microbi e delle malattie conseguenti alla scarsa igiene personale. E sono due bambini dell’asilo, non laureandi universitari. Queste divinità sembrano essere un po’ approssimative e soprattutto, quasi mi dispiace dirlo, trattano i loro fedeli come dei poveri idioti buoni solo ad eseguire gli ordini senza pensare. Chi l’avrebbe mai detto?

E qui sta il punto: l’HACCP. Perché se le religioni non si esprimono sul mondo del microscopio per il semplice motivo che i loro dei non ne hanno mai fatta parola alcuna, lo stato italiano invece è molto chiaro: insiste che anche se una cosa non si vede non è motivo sufficiente a che non venga gestita in modo adeguato. Per chi non lo sa, l’HACCP è quel protocollo un po’ antipatico ma necessario a definire i nostri comportamenti nella gestione dei rischi in un esercizio che tratta alimenti. Per fare un esempio: se apro un ristorante con la prevedibile intenzione di procurarmi degli alimenti, prepararli e venderli ai miei clienti, è utile che questi ultimi sopravvivano all’esperienza ma non solo perché possano ritornare e lasciarmi nuovamente un po’ dei loro soldi, ma anche per compiacere lo stato italiano, che ci tiene particolarmente alla salute dei suoi cittadini. All’HACCP non interessa se quello che vendiamo piaccia o no ai nostri clienti, ma dà le norme a cui attenersi per evitare che gli stessi clienti muoiano o passino la notte seduti sul water. A ben vedere sono cose che sfavoriscono il ritorno nel cliente nel nostro ristorante, e quindi dovrebbero interessare un po’ a tutti.

La stranezza con l’HACCP è che queste norme vanno applicate molto bene quando a maneggiare gli alimenti è un individuo che lo fa con fini terreni, quali ad esempio la sua volontà di guadagnare qualcosa. Se invece c’è di mezzo il disegno di una qualsiasi divinità superiore allora tutto cambia, e la prevenzione dei pericoli sulla salute non sta più alle norme definite dallo stato italiano ma viene gestito in osservazione dei criteri stravaganti della divinità stessa.

Ad esempio, i mussulmani ci tengono molto che i loro animali vengano uccisi in piazza da un macellaio per sgozzamento. La loro unica premura è che sia presente non tanto un veterinario che certifichi lo stato di salute dell’animale (macellato), quanto una loro autorità religiosa. Se l’animale non viene ucciso in questo modo tutto particolare loro non sono contenti, e si rifiutano di mangiarlo. La cosa ancora più strana è che la carne è nutrimento non dello spirito ma del corpo e quindi il divino centra ben poco. Ma niente da fare: o così o niente. Anzi, così: perché lo stato italiano ha fatto una concessione per permettere agli amanti dello sgozzamento di perpetuare i loro eccentrici comportamenti. Magari era l’occasione per spiegare loro che certe cose hanno poco senso, e proporre un aggiormamento dei loro testi di riferimento che tenga conto della salute e dei già pochi diritti degli animali. Invece no: si va avanti, o meglio, si va indietro così.

Curioso anche il rito cattolico, dove ogni settimana i fedeli sono fortemente invitati ad infilarsi in bocca del cibo maneggiato a mani nude da un sacerdote, dopo che lo stesso ha toccato un po’ di tutto tra testi antichi, microfoni, vecchi abiti da cerimonia e tovagliato vario, e si è pure premurato di stringere la mano a tutte le persone del circondario. Non pago di questo, alla fine della distribuzione del cibo ai fedeli penserà bene di lavare un calice di metallo ma non in lavastoviglie con detersivo e ad alta temperatura, ma semplicemente passandoci sopra un panno. Panno che poi non viene messo in lavatrice, ma piegato come se niente fosse ed appoggiato sopra il bicchiere, pronto per il rito successivo.

Il fatto però che le chiese cattoliche non siano generatrici di epidemie potrebbe essere preso come una prova che la transustanziazione del loro dio ha effetti sterilizzanti sugli alimenti. Sarebbe interessante vedere se questo è vero, magari cercando di provocare un piccolo focolaio di sacra dissenteria in alcune parrocchie, e vedere quante volte il rito sacerdotale riesce a prevenire il problema. In base a questo, si potrebbe valutare se estendere l’uso dei poteri divini anche a tutti gli altri edifici soggetti alle norme HACCP, creando una squadra d’azione sacerdotale che batta il territorio distribuendo benedizioni in ogni ristorante, mensa, supermercato o magazzino alimentare. Esattamente come gli islamici prevedono un imam alle macellazioni, i cattolici dovrebbero assicurare la presenza attiva di un prete in ogni luogo dove viene manipolato o consumato del cibo. Che poi non è niente di nuovo: è quello che si è sempre fatto prima che la scienza ci mandasse in confusione con le sue pratiche moderniste, non sempre ahimé così efficaci. Il prete del paese preposto alla benedizione di bambini, bestiame, case, veicoli, animali domestici, squadre di calcio, mezzi agricoli, parchi giochi e chissà cos’altro è una realtà ancora in gran voga in gran parte del territorio italiano, anche se purtroppo la fede vacillante dei cattolici ne limita spesso l’efficacia.

Il successo di questo esperimento alimentare poi potrebbe portare alla benedizione sistematica di tutto ciò che comporta rischi della salute. Se per esempio il cardinal Bagnasco non si limitasse alle solite accuse qualunquiste, ma uscisse dai suoi sfarzosi appartamenti e si impiegasse in modo più attivo alla protezione del suo territorio grazie ai suoi poteri soprannaturali, adesso non saremmo qui a piangere i morti di Genova, a dare la caccia ai colpevoli e a cercare di capire chi deve pagare per ricostruire tutto quanto. In un colpo solo ci libereremmo di tutte le calamità artificiali e naturali che tristemente imperversano sul nostro territorio: inondazioni, terremoti, prediche di vescovi e cardinali, crolli di ponti, mancate qualificazioni ai mondiali di calcio, disastri navali e ferroviari, leggere nevicate e buche per la strada. In secondo luogo eviteremmo di doverci offendere quando i francesi smettono di fare satira sui mussulmani per farla su di noi. Poi, cosa pure molto importante, nell’eventualità remota che nonostante la benedizione clericale una sciagura comunque ci colpisca, non partirebbe più la ricerca del colpevole, ma sarebbe subito individuato nel vescoso negligente della diocesi dove si è verificato l’evento calamitoso, che a questo punto non aprirà la bocca per accusare l’incuria umana, ma per difendere l’operato suo e del suo onnipotente superiore.

Le costose religioni degli dei onnipotenti

Questa mattina, mentre mi imbattevo sul giornale nel racconto delle ennesime avventure fuori porta dell’anziano intermediario divino di una religione concorrente, mi sono ritrovato a pensare ad uno strano paradosso religioso moderno: quello per cui più una religione si fa vanto dell’onnipotenza del proprio dio più, stranamente, la religione stessa ha bisogno di ingenti e costose strutture per sopravvivere. Questo per me è proprio stranissimo: se un dio è davvevo così potente, come può non essere in grado di comunicare direttamente con i suoi fedeli con parole semplici e soprattutto non equivocabili, attraverso un mezzo di informazione adeguato? Ed invece no: ci ritroviamo questa gran confusione di divini tirapiedi ad intasare ogni mezzo di comunicazione: giornali, radio, televisioni, Internet più tutti quelli che non hanno ancora inventato. E questi sono solo i mezzi invasivi involontari, ovvero quelli in cui chiunque, seguace o meno della tal religione, si ritrova a doversi sorbire le opinioni del prelato di turno. Se uno è un devoto seguace e frequenta anche i luoghi di culto si becca anche la dose extra, quella senza la quale va dritti all’inferno. Ma non sarebbe più semplice usare proprio l’evento del rito periodico per tutte le comunicazioni, e liberare tutti i mass-media da quel genere di informazione di scarsissimo interesse per chi crede in qualcos’altro o in niente del tutto?

Ma sto divagando.

Se vogliamo schematizzare ogni religione per dei concetti base, potrei definire tre parti essenziali:

  1. la parte divina
  2. il credente
  3. il messaggio

Compito della prima parte è quello di dare dei precetti da rispettare. Molto spesso questi precetti si assomigliano da una religione ad un’altra e sembrano più delle ovvietà morali, altre volte invece sono più strampalati e vanno, per così dire, accettati per fede. Nessuno si sorprende se una religione dice cose come “non uccidere tutti quelli che ti stanno antipatici, a meno che non te lo dica io”, mentre precetti come “non mangiare i costacei” o “discrimina e colpevolizza chi ama in modo diverso” sono più esclusivi.

Compito della seconda parte invece è proprio di cercare di rispettare la volontà della prima. Nelle religioni moderne normalmente se ci si attiene alle volontà divine si parla di un premio in una presunta vita futura. Alcune religioni del passato erano più divertenti, come quelle della Grecia, dell’Etruria o degli antichi romani, in cui una volta morto finivi comunque in un posto schifoso a prescindere della bontà della tua vita terrena. In più se ti comportavi male e offendevi con la tua trascuratezza una delle numerose e bizzose divinità, avevi lo sfortunato privilegio di subirne le angherie fin da subito. Questa politica delle scocciature subito e niente premi dopo ha pagato poco alla distanza: ormai queste religioni non vanno più di moda e si va tutte verso l’idea del premio indimostrabile dopo.

Tra la prima parte divina e la seconda umana è necessario un canale di comunicazione a cui affidare il messaggio. A questo normalmente provvede il divino. C’è un certo narcisismo in queste divinità che per sentirsi tali hanno bisogno di un popolo di adulatori. La comunicazione divino-umano ha usato nella storia i metodi più stravaganti: cespugli ardenti, ingravidamento di vergini, tuoni, fulmini, calamità naturali, cose così. In genere però ultimamente si preferisce il testo scritto per la maggiore capacità informativa. Ecco perché molte religioni si definiscono tali sulla base di un testo sacro di natura divina. ovviamente questo tomo non è caduto dal cielo direttamente sulla zucca del profeta. Normalmente viene scritto da esseri umani, al limite pervasi da uno spirito divino che li aiuta sotto dettatura. Nessun dio ha mai pensato a cose più d’effetto, tipo disporre le stelle in cielo a comporre direttamente le sue istruzioni, o tracciare parole di lava da un vulcano in eruzione, ben visibili giorno e notte. No: solo vecchi libri, per giunta mai prime edizioni, e spesso pure cattive traduzioni.

Tutto questo – divino, umano, messaggio – sarebbe sufficiente a definire una religione: il divino dà il messaggio all’umano che crede e segue la volontà, invogliato da un premio o spaventato da una punizione. Ed invece ecco che arriva una quarta parte, ovvero i costosi intermediari, coloro che si eleggono come parte di mezzo necessaria a spiegare agli umani ignoranti le volontà di un dio pigro, confusionario o latitante. Uso la parola “costosi” perchè si adatta per questi motivi:

  1. gli intermediari sono costosi perché come in tutte le forme di comunicazione, ad aggiungere passaggi ad un messaggio c’è il rischio che parte del messaggio si perda o venga travisato, per sbaglio o volontariamente. Questo a mio parere è un costo, perché aggiunge un disturbo ad un sistema religioso che sarebbe più semplice con una comunicazione chiara e diretta:
    • l’esserre umano ha un dubbio: “ma i sistemi anticoncezionali sono cosa buona e giusta?”
    • il divino risponde subito, sfruttando il canale di comunicazione concordato: “Prova anche solo a dispedere il seme una volta che ti spedisco per sempre a bruciare all’inferno, come è vero che ti amo come un figlio”. Ecco, se fosse così sarebbe tutto più chiaro.
  2. Gli intermediari sono costosi perché normalmente lo fanno per lavoro, e quindi bisogna in un modo o nell’altro pagargli lo stipendio. Questi intermediari poi spesso mantengono quel vizio un po’ antico di dare un certo peso all’apparenza. Di conseguenza non parliamo solo di una loro presenza in pubblico, ma anche di abbigliamenti costosi con attrezzature costose in luoghi costosi. Ed i costi costano, ovviamente.
  3. Gli intermediare sono costosi perché come detto hanno una naturale tendenza ad occupare tutti i mass-media, togliendo spazio a cose più interessanti. Se per esempio su Radio 1 non si concedesse più tutto questo spazio ai miti ed alle leggende della religione cattolica, solo di domenica si recupererebbero circa venti ore da destinare ad altro, tipo la lettura integrale dell’audiolibro di un grande classico letterario.

Possibile che degli dei onnipotenti vogliano questo, ovvero questo gran numero di dipendenti a generare fastidio e confusione tra i loro adoranti?

E qui voglio parlare del caso opposto, quello del Pastafarianesimo, una religione nata da un errore divino, dovuto ad un eccessivo consumo di alcol in un venerdì sera. Niente intermediari a fare confusione tra il divino e l’umano. O meglio, un po’ ci sono, ma non danno il minimo fastidio e passano più tempo a bere al bar e ad occuparsi di altre questioni morali, tipo il diritto alla bestemmia. Niente costi da sostenere per pagare stipendi a chicchessia e soprattutto dei precetti chiari messi in un libro, che posso provare a riassumere più o meno così: amate e rispettate voi stessi, gli altri e tutto il pianeta e non rompetevi le scatole gli uni gli altri come alcuna forma di bigotteria religiosa. La religione ideale, anche per quelli come me che non è che ci cfedamo poi così tanto.

Alcune proposte per salvare un casinò fallimentare

In questi giorni ho sentito alla radio che il Casinò di Campione d’Italia sta fallendo, o magari ora che finisco l’articolo è pure già fallito. E’ una notizia controversa: da un lato sono triste che 600 persone in un comune di 2000 perdano il lavoro. Un po’ come se chiudessero di colpo tutti i ministeri di Roma. Però mi viene da dire che è pur sempre un casinò, quindi un’attività che lucra su una forma di stupidità umana, ovvero la ludopatia. Magari il casinò di Campione non fa danni come le innumerevoli macchinette mangiasoldi, sale bingo e sale scommesse che il nostro ministero dell’economia ha sparpagliato su tutto il territorio nazionale, lasciando che fossero poi i ministeri della salute e degli interni a gestirne le conseguenze. In uno stato che vuole vantarsi di essere moderno e sociale il gioco d’azzardo è per forza una cosa brutta ed illegale, e noi stiamo facendo finta che se viene gestita in un certo modo con delle ridicole restrizioni in realtà va tutto bene, e possiamo considerare di avere la coscienza pulita.

Quindi il problema credo sia un po’ questo: nessun politico vuole sembrare indifferente alle richieste d’aiuto di tanti lavoratori che stanno perdendo il posto, ma nemmeno metterci i soldi per fare una cosa discutibile come promuovere il gioco d’azzardo, in una struttura fallimentare, per di più usando i soldi di altri lavoratori. E hanno fatto l’appello nientemeno che all’attuale ministro degli interni, che per certi versi credo che farebbe di tutto per aiutare dei cittadini così nordici, ma che si è sempre detto contrario al gioco d’azzardo. Cosa può fare per non contrariare i suoi numerosi e a loro modo esigenti follower?

E qui ho pensato ad un po’ di soluzioni.

Partiamo dal presupposto che si tratta di un comune geograficamente un po’ sfortunato. Non so come è potuta succedere una cosa del genere, ma Campione d’Italia è una enclave, ovvero un territorio interamente circondato da un altro. E’ pure un bel posto sul lago di Lugano, ma è comunque circondato dagli svizzeri, e a me anche solo l’idea di avere svizzeri ovunque intorno mette un po’ di ansia. Probabilmente quella di farci qualcosa di illegale come lo sfruttamento del gioco d’azzardo era un’idea per fare entrare un po’ di soldi in modo facile, meglio ancora se presi non dalle tasche degli italiani ma da quelle degli svizzeri, che sono notoriamente più gonfie.

A Livigno hanno fatto un’altra cosa paragonabile: hanno legalizzato l’evasione fiscale. Anche qui è un comune in un posto strampalato, e pure qui c’è di mezzo a modo suo la Svizzera che fa concorrenza sleale vendendo alcuni beni ad un prezzo normale. Resta il fatto che noi bresciani almeno una volta nella vita dobbiamo fare quella cosa tutta particolare che è di prendere la macchina, guidare per non so quante ore, arrivare a Livigno giusti giusti con il serbatoio a secco e quindi fare il pieno di benzina e di altre amenità tra cibo e tecnologia, quindi usare tutta la benzina comprata per tornare a casa risparmiando.

E’ evidente che se vogliamo salvare Campione dobbiamo trovare qualcos’altro di illegale più di moda come alternativa al gioco d’azzardo.

Di seguito le mie proposte.

Un casino al posto del casinò

Anche banale come idea: convertire tutto l’edificio del casinò in una gigantesca casa di piacere, con in più il vantaggio di non dover rifare completamente le insegne. Non penso che servano tante parole per spiegare la bontà di questa idea di sicuro successo. Credo che anche gli svizzeri e le svizzere del circondario apprezzerebbero.

Una drogheria

Ovvero un posto dove andare a drogarsi in piena libertà, con sale dedicate e servizi accessori:

  • locali caraibici per le droghe leggere
  • circuiti da corsa piene di alberi in mezzo alla pista per i cocainomani
  • villaggio dei puffi per i consumatori di funghi
  • parchetti per gli eroinomani

Non sono un esperto di sostanze stupefacenti, quindi non voglio neanche perdermi troppo nei dettagli. Resta il fatto che anche questa idea non può fallire, se studiata come si deve.

Una enorme cabina per suicidi

Tipo quelle di Futurama, ma più grande e con un po’ più di stile. In particolare la presenza di squadre di psicologi disponibili per convincere a compiere il passo definitivo o a tirarsi indietro, a seconda di quello che uno si sente.

Detto così sembra banale, ma ovviamente l’ovverta deve essere ampia e ben caratterizzata, ovvero il fruitore del servizio deve poter scegliere di poter morire nel modo che preferisce, con proposte tipo:

  • Salto dal tetto dell’edificio
  • Avvelemento da cibo svizzero
  • Fucilazione
  • Ghigliottina
  • Impiccagione
  • Overdose a scelta (zuccheri per diabetici, glutine per ciliaci, droga, sesso o alcol per altri)

Ce ne deve essere per tutti i gusti, se si vuole offrire un servizio di qualità.

Violenza libera

Fino ad adesso ho parlato di quelle che per me sono tutte buone idee, ma che purtroppo sono già presenti proprio in Svizzera, seppure in forma più triste e composta di quelli che vogliono essere i miei progetti.

Ecco quindi un’idea completamente nuova ma pure di sicuro successo: liberalizzare la violenza gratuita in ambienti creati su misura:

  • Locali con simulazioni di guerra a squadre con armi vere
  • Ambienti per duelli vittoriani
  • Ricostruzioni di villaggi western dove ci si può ubriacare di whisky scadente e quindi prendere gli altri avventori a sedie sulla schiena e pistolettate fino all’arrivo dello sceriffo, e poi sparare eventualmente pure a lui
  • Assalti al castello medievale, con tutto l’occorrente tra picche, spade, arieti e olio bollente
  • Visto che c’è la fortuna di avere un lago, pure la possibilità di partecipare in prima persona ad un arrembaggio piratesco
  • un piccolo stadio da affittare a due tifoserie rivali di calcio e ad una di finti celerini dove si possa far finta di voler assistere ad un partita, per poi scatenarsi in scontri all’ultimo sangue per le strade del paese, con in più la possibilità di servizi extra interessanti, come vetrine da sfasciare e automobili e cassonetti a cui dare fuoco

Anche qui ho messo giù le prime idee che mi sono venute in mente, ma credo  che l’unico limite sia quello dell’immaginazione.

Se poi il nostro ministro degli interni è particolarmente lungimirante, potrebbe portare avanti insmeme tutte le mie proposte, visto che molte di queste sono nativamente conciliabili. Per esempio, invece di suicidarmi direttamente potrei voler prima provare un po’ di droghe stimolanti ed immergermi in una maratona sessuale, per poi tentare la fortuna in un arrembaggio piratesco. Se sono ancora vivo, potrei anche aver ritrovato la gioia di vivere e abbandonare l’idea del suicidio.

L’importante è niente gioco d’azzardo.

Istruzioni d’uso dei social network per legionari imbecilli

La cosa particolare di questo periodo di transizione dell’esistenza umana è che capita ancora di incontrare fisicamente altre persone come si faceva una volta, e la cosa ci pone di fronte a problemi tutti particolari a cui non siamo più abituati. In questa epoca si parla sempre più di telelavoro, della necessità di avere una connessione ad Internet smodatamente veloce e di quanto sia importante che ci sia qualcuno che ci porta la spesa e tutto quello che ci serve direttamente in casa. Oltre a questo le dimensioni degli schermi dei nostri televisori stanno rasentando quelle della parete del nostro salotto e le proposte di intrattenimento che ci troviamo dentro sono talmente ampie ed interessanti che presto per stare al passo sarà necessario guardare più trasmissioni contemporaneamente, come previsto nel documentario futuristico Ritorno al futuro 2. Aggiungendoci però la complicazione di dover gestire nel frattempo le nostre identità sociali sul telefono. Con tutti questi costanti impegni domestici a cui siamo sottoposti risulta chiaro quanto diventi sempre più stravagante e vetusta la necessità di lavare il nostro corpo e di mettergli addosso degli abiti più puliti ma meno comodi per abbandonare casa ed incontrare altri esponenti della razza umana.

Ma a volte accade questo: ci si ritrova per festeggiare da qualche parte un evento interessante, per esempio la fine del primo anno di un corso di giardinaggio zen o di omofobia. Ci si conosce poco se non per l’unica passione comune, quella a cui è intitolato il corso appena finito, e se si è presenti alla festa è perché ci si è trovati bene al corso e si vuole conoscere meglio i compagni. Con ogni probabilità, sull’onda dell’eccitazione del momento, molti dei presenti non troveranno sufficiente essere in un posto insieme a delle persone, aspiranti amici, e pretenderanno un coinvolgimento maggiore. Ma questa esigenza non si tradurrà con la proposta di un’altra serata insieme o, che so, di fondare una squadra permanente di omofobi o di filosofi giardinieri, quanto con la pretesa che anche le loro identità virtuali si incontrino e facciano amicizia. Strategia che rientra nell’idea del paragrafo precedente: che senso ha costringermi ad uscire per incontrarti, quando posso gestire la tua amicizia direttamente dal divano di casa mia, mentre realizzo la mia esistenza nel modo che mi è più congeniale?

A volte fare amicizia in un social network è un processo abbastanza semplice. Poniamo che tutti facciano già uso con fierezza e disinvoltura di un certo tipo di vita irreale. Significa quindi che basta avanzare una stretta di mano virtuale ed il gioco è fatto: anche le versioni alternative di noi stessi potranno definirsi amiche e frequentarsi nell’ambiente sociale scelto. Così è perfetto: praticamente si è reso superfluo il faticoso atto di pulire, vestire e spostare nuovamente il proprio corpo per incontrare quello degli altri; d’ora in poi ogni incontro avverrà direttamente nel nostro social network preferito, dove appariamo sempre con un aspetto decoroso o, al limite, con la foto del nostro gatto, mentre il nostro corpo rimane nella stanza preferita di casa nostra, con indosso i suoi abiti più comodi e pure emettendo tutti gli odori ed i rumori che preferiamo senza infastidire nessuno. A parte il gatto, certo.

Può succedere però anche una cosa strana, ovvero che nel gruppo di nuovi amici ce ne sia uno che non è presente in quell’ambiente virtuale. Magari per sua incapacità tecnologica, e qui pazienza, ma anche per una scelta ottusa di starne deliberatamente fuori, in una incomprensibile volontà di autolesionismo sociale. Una scoperta del genere causa da principio un certo sgomento misto ad eccitazione. Tali sentimenti prendono forma propria in un personaggio opposto al primo, ovvero l’entusiasta, che vede l’evento come l’opportunità per una crociata religiosa:

Ma come non sei su Friendface? Devi iscriverti, così potrai vedere i filmati del mio cane al mare!

Poi purtroppo emerge un fatto scottante: l’eremita non è un troglodita riemerso per errore dalle pieghe dello spaziotempo, ma su Friendface c’è anche stato e ha deciso di uscirne per una serie di motivi che elenca garbatamente, e che possiamo riassumere brevemente in due punti:

  1. Friendface è solo uno sconfinato contenitore di immondizia che in nessun modo potrà mai migliorare la sua vita reale. Per essere più precisi, il nostro paria del social network dichiara che si è pure vergognato di fare parte di una tale mandria di patetici e presuntuosi onanisti anche solo per poco tempo
  2. I filmati di cani non lo interessano, in particolar modo quelli di quel cane lì

A questo punto, l’entusiasta dell’irreale si rende conto di essere stato umiliato: lui di tutti questi contenuti che sono appena stati definiti come spazzatura si ciba con grande avidità ogni giorno, come un moderno saprofita digitale; in più ne ha appena decantato le lodi ad una persona che oltre a non essere interessata gli fa anche capire che se l’altro ha un minimo di intelligenza ed amor proprio non dovrebbero interessare nemmeno a lui. Ma in questi casi con le vite irreali accade una cosa un po’ strana: queste vanno a gonfie vele finché ci siamo dentro tutti, e certi aspetti come il numero di amici o di faccine che vanno e vengono dalla nostra pagina sono oggetto di vanto e di pregio: un misuratore del nostro successo che purtroppo non valgono poi così tanto in quei brevi momenti in cui non stiamo fissando uno schermo. Ma basta che uno ci faccia notare quanto siamo squallidi ad usare un social network anche solo a guardare gli orari dell’autobus, che subito sprofondiamo nella vergogna più nera.

Cosa fa il nostro ambasciatore della socialità virtuale appena sconfessato? Ovviamente cerca di prendere le distanze da quella cosa che fino ad un attimo prima sembrava rappresentare il senso della sua intera esistenza. Ecco che parte con la sua personale Caporetto: ci dice che anche lui sa che lì dentro ci siano molti ignoranti che mettono in piazza la propria vita senza criterio, nei modi più imbarazzanti e vergognosi, ma ovviamente lui no, per carità! Anzi: lui ci passa poco tempo, pochissimo! Certo, abbiamo visto tutti che nella prima ora della serata l’unico momento in cui ha alzato il naso dal telefono è stato per chiedere dove fosse una presa per caricare il telefono, ma era un caso più che particolare. Anzi: stava proprio cercando di redimere un caro amico con gravi problemi di dipendenza da social network, convincendolo ad entrare nel suo gruppo virtuale di autoaiuto “basta gruppi irreali, tornate alla vita reale!”. Perché, ci ricorda più volte, lui non dà mai l’amicizia a nessuno che non sia suo amico reale, e anzi: non scrive mai messaggi a nessuno che non sia pure presente in quel momento nella stessa stanza. E noi che pensavamo di avere a che fare col più classico degli utonti da social network! Ed invece non ci rendevamo conto di stare allo stesso tavolo con la Madre Teresa di Friendface.

Ecco, finisce sempre così: dall’entusiasmo per lo strumento a una presa di distanze frettolosa e disordinata. Qui la mia delusione: non ho ancora avuto il piacere di incontrare l’utente medio da social network, lo sgrammaticato e disinvolto diffusore di immondizia propria ed altrui. Peccato davvero.

Alla luce di questo breve episodio successo davvero in diversi luoghi e momenti della recente storia umana, ho deciso di documentarmi e stilare un elenco di regole sui social network. L’ho intitolato

Istruzioni d’uso dei social network per legionari imbecilli

in onore di un personaggio che non si può dire essere un trombone antipatico perché è morto e nella nostra cultura sta male parlare male dei morti. Se non altro, come vedremo, su qualcosa ci ha preso.

Se interessa a noi allora interessa per forza a tutti, e pubblicarlo farà di me una persona interessante

A volte anche a noi accadono cose. Magari non sono della stessa entità delle cose che accadono a Putin o a chi fa il corrispondente dalla Siria, ma anche solo per il fatto che le percepiamo in prima persona con i nostri sensi ci sembrano importantissime. E se interessano a noi ci viene naturale pensare che debbano per forza interessare a tutti, e che quindi:

    1. tutto il mondo deve saperlo prima possibile
    2. condividere questo tipo di informazione ci renderà automaticamente delle persone più felici, invidiate e popolari

Pubblicare cose per noi interessanti ci fa un po’ sentire a nostra volta interessanti, magari solo perché ci sono dei nostri pari che generosamente riempiono la nostra pagina di faccine e disegnini ad ogni nostra pubblicazione, in cambio ovviamente di un comportamento analogo da parte nostra. Sui social network cerchiamo di nobilitare la nostra esistenza non in modo diretto come avrebbe fatto ad esempio Giovanna d’Arco, Giulio Cesare o anche solo il nostro bisnonno, ovvero cercando di fare cose interessanti nella vita reale. Noi preferiamo impiegare lo stesso tempo della nostra vita solo a sforzarci di dare questa impressione con i miseri strumenti di un ambiente che è tutto meno che impressionante. L’unica cosa impressionante è che una persona intenta a giocare con un telefono possa credersi davvero tale agli occhi dell’umanità.

Se vogliamo davvero dare buona impressione di noi ai nostri amici virtuali potremmo spegnere il telefono, abbandonare il divano, metterci un paio di scarpe senza tacco ed uscire di casa. Quindi fare il giro del mondo a piedi e tornare al punto di partenza. Una volta ritornati incontreremo qualche conoscente del nostro paese che sarà felicemente sorpreso di vederci e che dirà di essere stato preoccupato di non aver visto le nostre faccine comparire da un po’ di tempo in nessun social network. Magari si lamenterà pure che non abbiamo dato la nostra approvazione alle migliaia di foto di cibo cucinato che ci ha condiviso nel frattempo, dimostrando scarsa empatia nei suoi confronti. Noi gli diremo che abbiamo fatto il giro del mondo a piedi, e che durante questo viaggio abbiamo conosciuto molte persone di gran lunga più peculiari di lui e della sua pornografia alimentare. Ecco, questo comportamento sarebbe veramente particolare e contribuirebbe davvero a produrre un interesse più autentico intorno all nostra persona.

Questa è la mia vita

Ci piace condividere fatti personali, sempre per il principio che sono cose che interessano a noi. Tra queste cose le foto personali, in particolar modo di quelle dei nostri figli minorenni, semplicemente perché sono i bambini più belli ed intelligenti del mondo ed è ingiusto privare il mondo della possibilità di venerarli. Tutto questo anche per dare loro la possibilità di guadagnare qualcosa facendoci causa una volta maggiorenni. Le stesse foto se possibile vanno condivise anche con indicazioni testuali o tag geografici, di modo da aiutare alcune categorie sociali interessate come truffatori, pedofili, molestatori e pervertiti vari a rintracciarci.

Oltre alle foto dei bambini vanno anche condivise informazioni private come l’indirizzo e le foto interne ed esterne di casa nostra, insieme al periodo in cui andiamo in vacanza. Questo per aiutare il più possibile gli iscritti al gruppo dei ladri d’appartamento a liberarci gratuitamente dell’ingombro di tutti quegli oggetti di casa che non portiamo con noi in vacanza perché non ci servono più.

Anche se ci assentiamo per poco tempo, dobbiamo comunque indicare sempre luogo e motivazione di modo da fornire più informazioni di qualità possibili ad ogni professionista che volesse confezionarci una truffa su misura. Tipo:

Vado all’ospedale San Barabba a trovare il mio bisnonno che si è rotto l’anca giocando a pallavolo. Per chi volesse venirci a trovare, siamo nella stanza 1. Non portate in dono dolcetti con arachidi perché è allergico, nel dubbio una bottiglia di grappa va sempre bene.

La sicurezza innanzi tutto!

Siccome amiamo la nostra vita, vogliamo che ogni ricordo legato ad essa sia sempre con noi, in modo particolare nella password che scegliamo per ogni sito Internet. Abbiamo quindi il nome del cane, del gatto, o il soprannome nostro o del partner conosciuti da metà del paese. Oppure di una sola password complicatissima, ma condivisa non tanto con gli amici del paese, ma con ogni sito a cui ci siamo iscritti, da quelli che sono stati bucati a nostra insaputa a quelli dove siamo soliti fare acquisti.

Certo, avere delle banche che costringono a cambiare la password con una frequenza maggiore di quella con cui usiamo i loro servizi può essere un po’ snervante, ma purtroppo la pigrizia costa cara. Quindi leggetevi un po’ di istruzioni su come creare una password sicura e fatevi dei sistemi mnemonici per ricordare le varie password.

Poi andate qui e vedete se qualche delinquente si è già impossessato di alcuni vostri dati personali, e nel caso agite di conseguenza.

In ogni caso, siamo passati negli ultimi anni dai computer, brutti strumenti ingombranti e pieni di cavi e polvere per sfigati smanettoni, agli smartphone, molto più belli e piacevoli da usare, e soprattutto oggetti di pubblico pregio. Il fatto che abbiano dei bei colori e che siano semplici e alla moda non vuol dire che siano più sicuri. Così come il fatto che per collegarmi ad Internet non devo più prima far partire un modem lento e rumoroso non vuol dire che non corro dei rischi. Non è così: Internet è pericoloso proprio per il fatto che è un ambiente enorme, sovranazionale, sostanzialmente senza leggi, con una risorsa infinita di gonzi e di ignoranti e di conseguenza di ogni tipo di approfittatori, truffatori e delinquenti senza volto, che però a differenza dei primi hanno giusto un po’ di cognizioni tecniche necessarie a campare a loro spese. Se non fate parte di queste ultime categorie allora è molto probabile che facciate parte della loro riserva di caccia.

Ipse dixit!

Una delle discipline sempre in voga sui social network è la pubblicazione di frasi attribuite a persone reali che sono note al mondo per essere migliori di noi. Come a sottintendere che ci sono state dette in segreto dall’interessato in punto di morte e che noi abbiamo deciso di privarci della loro esclusività per farne dono all’umanità, e che non siano il semplice frutto di un volgare copiaincolla dal noto sito www.citazionicomesepiovesse.it .

Queste citazioni a caso sono tristi, anche se chi le ha detto era una persona mirabile. Magari sentiamo il bisogno di citare qualcun altro perché siamo totalmente incapaci di produrre contenuti originali ma dobbiamo comunque far vedere ai nostri amici che siamo ancora vivi, almeno dal punto di vista biologico. O magari l’intento è quello di dare al nostro alter ego irreale un’immagine migliore, che lo aiuti ad apparire un po’ più simile all’autore della frase che non a quella persona un po’ triste e anonima che siamo in realtà. Giusto per capirci, se mai Martin Luther King, Oscar Wilde o Gandhi avessero avuto la possibilità e la voglia di iscriversi ad un social network, sono certo che mai e poi mai avrebbero pubblicato una nostra facezia sulla propria pagina personale. Io per esempio ho provato a mettere sul mio profilo WhatsApp una frase di Donald Trump, ma ancora non ha ricambiato la mia cortesia.

Fatela girare!

Alcune notizie che girano in rete ci suscitano emozioni talmente forti da non poter evitare di farle girare a nostra volta. Il fatto che queste notizie non siano state verificate né da noi né da chi ce le ha proposte diventa quasi trascurabile, rispetto alla loro importanza. D’altra parte non possiamo astenerci dal farle rimbalzare senza controllo, perché non sia mai che qualcuno pensi che siamo insensibili a quell’argomento.

In più c’è la nostra convinzione che sia sufficiente far circolare una notizia un po’ strana per rendere il mondo, e quindi noi, leggermente migliori. Purtroppo è vero il contrario: a far girare notizie false non facciamo altro che continuare a generare immondizia digitale. Questo non ci rende migliori di quegli squallidi mentecatti che inventano queste informazioni o che travisano volontariamente dei fatti insignificanti per renderli interessanti a milioni di socialgonzi. A volte ci rende pure complici dell’omicidio di innocenti. La differenza grossa tra noi e loro è che chi le inventa si arricchisce grazie agli sprovveduti che visitano la loro pagina ed il loro sito, mentre noi svendiamo la nostra dignità.

Le opinioni forti di chi combatte dal proprio divano

Poi ci sono tutte quelle cose fondamentali come rallegrarsi, indignarsi, intristirsi, arrabbiarsi o stupirsi per l’uno o l’altro evento rilevante successo da qualche parte nel mondo, per poi comunicare la nostra opinione a tutti quelli che non aspettavano altro, facendo uso di frasi sgrammaticate o disegnini. Lo scopo di tutto questo è quello di dare agli altri la nostra immagine di persona positiva, vitale e impegnata, anche quando il nostro corpo si sta lentamente decomponendo sul divano di casa e non è a Bruxelles a manifestare per i diritti dell’umanità, come verrebbe da pensare a chi legge le nostre sentenze.

Dover dimostrare a tutti che ci stiamo divertendo

Giusto per capirci: mentre scriviamo ai nostri amici che siamo in vacanza e ci stiamo divertendo tantissimo, in realtà quello che comunichiamo è che abbiamo pagato qualcuno perché portasse il nostro telefono ed il nostro corpo in un posto sufficientemente lontano da apparire esotico ed invidiabile, affinché noi potessimo usare il primo per fare una foto del secondo in primo piano con il posto esotico ed invidiabile sullo sfondo. Quindi finalmente poter usare di nuovo il telefono per dare agli altri la prova visuale che ci stiamo divertendo tantissimo grazie al fatto di trovarci in un posto esotico ed invidiabile. Purtroppo però le persone che davvero si stanno divertendo tantissimo pensano a tutto meno che a smettere di divertirsi per prendere in mano il telefono: quello lo si può benissimo fare da casa mentre ci si annoia a morte. C’è pure meno rischio che un cameriere distratto o esasperato ci rovesci un daiquiri sul telefono, mettendoci in quella sciagurata situazione di doverci divertire per forza e di non poterlo comunicare a nessuno.

Una volta, prima dell’invenzione dello smartphone con tutto quello che ci viene dietro, c’era quell’abitudine tutta particolare di fare le foto, portarle dal fotografo a farle sviluppare per ottenere delle diapositive, quindi invitare quei pochi amici senza scuse che ci erano rimasti per vederle insieme a noi a casa nostra con i commenti del fotografo di sottofondo. Ecco, ho dei vaghi ricordi di queste esperienze, ma certo emozioni come divertimento ed eccitazione erano sconosciute. Oggi veicoliamo queste foto una alla volta attraverso Internet invece che condensarle in una unica, soporifera serata. Ma questo non è che renda le foto migliori. Diciamo che invece di essere gestite in una colossale battaglia campale all’ultimo sbadiglio abbiamo una continuo fuoco da trincea, a cui dobbiamo cercare di difenderci rispondendo a nostra volta con nostre fotografie di copertura.

Gratis!

Niente ci viene regalato, nemmeno nell’Internet. Altrimenti noi saremmo ricchi e non Zuckerberg. Come diceva Paperon De Paperoni, che ormai non compare più in classifica scalzato da questi secchioni dell’informatica:

I ricchi non sono mai generosi, altrimenti non sarebbero ricchi

Quindi che ogni volta che ci troviamo ad usufruire di un servizio gratuito, significa che il prodotto in vendita siamo noi. Più lo usiamo, più arricchiamo chi vende pezzi della nostra identità ad altri.

Nemmeno la nostra reputazione dovrebbe essere gratis, ma se ne facciamo un uso molto disinvolto significa che siamo i primi a noi a non avercela a cuore.

Uso Internet, quindi so tutto!

L’utente di Internet ha potenziale accesso a tutta l’informazione del mondo in un secondo, ma questo non significa che tutta questa informazione possa stare nella nostra testa. Questo perché è passato troppo poco tempo da quando siamo scesi dalle piante a quando ci hanno fatto capire dell’importanza di avere sempre un telefono in mano, e la potenza delle banche dati dei nostri cervelli non ha ancora fatto a tempo ad aggiornarsi. Se poi l’evoluzione naturale non è tanto migliorativa, ma si limita a portare avanti i geni di chi ha più successo nella riproduzione, allora di sicuro la prossima generazione non sarà migliore della nostra.

Se pensiamo che per essere più informati sia necessario seguire tutto quello che accade in tutti i social network, alla fine il tempo dedicato ad ogni argomento sarà talmente poco che riusciremo a leggere a malapena il titolo di ogni articolo, sempre che non si tratti di titoli irresistibili di grande interesse scientifico o letterario che suonano più o meno come

Non crederai ai tuoi occhi quando scoprirai cosa è successo in un certo posto alla tal persona di nessuna particolare qualità ma comunque famosa

a cui siamo per forza costretti all’approfondimento.

Ecco, è veramente difficile che questi articoli mantengano le promesse del titolo, così come è ancora più difficile che la loro lettura ci renda delle persone migliori o più felici. Magari era meglio passare lo stesso tempo a leggere alcuni di quegli articoli che abbiamo condiviso senza averli nemmeno letti, e che forse sotto un titolo tranquillizzante contenevano all’interno un auspicio per un pronto ritorno al potere dei partiti nazionalsocialisti, o la depenalizzazione dei reati di pedofilia. Tutto questo non è solo per essere noiosi o pedanti, ma per cercare di contraddire Umberto Eco quando diceva che noi utenti dei social network siamo solo degli imbecilli da bar, con la differenza che invece di infastidire solo pochi avventori diamo sfoggio della nostra imbecillità su scala mondiale. Ecco, la notizia non è recente, visto che per parlare doveva essere necessariamente ancora vivo. Magari l’abbiamo pure condivisa con i nostri amici virtuali, come a dimostrare che siamo d’accordo e che prendiamo le distanze dagli altri, i veri legionari imbecilli di Internet. Quando pensiamo questo però non teniamo conto di una cosa: nessuno si sente di appartenere alla legione degli imbecilli, quindi:

  • o siamo tutti individui illuminati che fanno un uso accorto e brillante dello strumento, il professore si è sbagliato e la laurea honoris causa gli andrebbe revocata post mortem per darla a noi in considerazione di tutti i mirabili contributi letterari sulla nostra pagina
  • oppure di questa legione facciamo pienamente parte, e magari siamo pure quelli che sorreggono il vessillo

Certo, se siete arrivati a leggere questo articolo fino a qui si sappia che questa è la parola numero duemilaseicentonovantadue, e che se avete dedicato tutto questo tempo a leggere un solo articolo e per giunta scritto da un umile esponente della legione degli imbecilli, forse non siamo poi delle persone tanto superficiali. Vallo a spiegare ad un professore morto.

Rimane il problema che se proprio non siete le persone più ricche di tempo del mondo, allora il tempo da dedicare alla lettura diventa poco. Se vogliamo evitare di sembrare degli imbecilli totali e risparmiare un po’ di tempo prezioso le cose che si possono fare sono queste:

  1. evitare gli articoli che contengono espressioni come “notizia shock”, “non crederete ai vostri occhi” e “le 42 foto di qualcosa talmente irresistibili che hanno fatto impazzire l’Internet”. Vi rimarrà l’eterna curiosità, ma ce la si può fare, ho provato.
  2. togliere l’adesione a tutte le pagine ed i siti che producono il genere di notizie di cui sopra
  3. se anche così questo genere di notizie continua a saltare fuori, a questo punto la fonte sono per forza alcuni dei vostri contatti. Allora è il caso di privarsi della loro dannosa amicizia e forse finalmente riuscite a chiudere completamente quei rubinetti escementizi che inondano di liquami la vostra vita

A rischio di sembrare un odioso eremita io ho fatto tutto questo, in un modo anche più drastico: ho abbandonato ogni forma di alter ego sociale al proprio destino. La conseguenza strana di questo è che a volte nei momenti di noia guardo il telefono, e mi accorgo che non ho nessuna azione urgente da portare a termine: nessuna notifica mi viene notificata, nessuno mi invita a compiere azioni virtuali di alcun tipo, siano questa la lettura, il commento o l’esplicito apprezzamento di qualsivoglia tipo di produzione letteraria digitale. Mi ritrovo nell’imbarazzante situazione di fissare l’orologio del mio telefono, come se il treno dell’informazoine sociale è partito senza di me. A volte mi è pure capitato di non essere invitato ad una festa di compleanno perché organizzata direttamente sul socialcoso di turno, ma pazienza: ho calcolato che a parte i soldi del regalo che non ho speso, nel giro di pochi anni di astinenza social ho risparmiato migliaia di ore di tempo: più o meno quelle che ci sto mettendo a scrivere questo articolo.

Il potete di una condivisione

Tutto quello che scriviamo in un social network, a prescindere che possa davvero interessare a qualcuno, è per sua natura una condivisione ed è il caso di capirne bene la portata. Ovvero: quando scrivo l’indirizzo di casa mia e l’orario della festa di compleanno del mio gatto, che rischio c’è che un evento tra amici intimi si trasformi nella Woodstock del nuovo millennio?

Se lo strumento è poco chiaro oppure siamo noi che siamo troppo pigri anche solo per chiederci cosa stiamo facendo, allora è proprio il caso che proviamo un esperimento. Dobbiamo fare così:

  1. Ci mettiamo davanti ad un computer acceso e collegato ad Internet.
  2. Apriamo un programma di navigazione (Firefox, Chrome, Opera, Explorer, una di quelle cose lì).
  3. Attiviamo la modalità incognito. Se non sappiamo come si fa, allora prima andiamo su Google e scriviamo il nome del programma che stiamo usando seguito dalla magiche parole “modalità incognito”, avendo la premura di evitare i risultati di un certo Salvatore A., che della legione degli imbecilli è il generale ad honorem per meriti acquisiti sul campo. Quindi seguiamo le istruzioni.
  4. A questo punto siamo pronti al secondo passo, ovvero quello di scrivere nella barra superiore il nome del nostro social network preferito, seguito dalla parola magica .com , che serve ad evitare di far sapere ogni volta a Google dove stiamo andando. E’ il social network blu e bianco, giusto? Bene, è quello di cui ho preparato un utente finto, anche se non si potrebbe. Essendo che siamo entrati in modalità incognita il nostro fedelissimo sito sociale non ci riconosce, e ci chiede l’utente e la password. Resistiamo per una volta alla tentazione di mettere il nostro vero indirizzo email, ma usiamo questo che ho creato apposta per l’occasione:

    legionario.imbecille chiocciola gmail.com

    L’ho scritto così per evitare che ci clicchiate sopra per sbaglio, aprendo il programma di posta e mandandolo in confusione. Fate conto di mettere il simbolino @ tra legionario.imbecille e gmail.com . Password:

    umbertoecopensaperte

  5. Ecco: siamo entrati come dei perfetti sconosciuti. Non siamo amici di noi stessi, ma nemmeno amici degli amici. Con il nostro utente solito abbiamo lo stesso grado di relazione di qualunque altro utente del network. A questo punto possiamo cercare il nostro vero utente. Sappiamo bene come fare. Trovato? Bene. Quello che vediamo è tutta l’informazione che noi stiamo regalando al mondo intero.

A questo punto possiamo analizzare quello che vediamo.

  • Ci sono foto nostre? Ed indossiamo in tutte un vestito elegante, o ce ne sono alcune in cui stiamo girando per casa in mutante e ciabatte, oppure in cui siamo in spiaggia e stiamo facendo vedere più pelle di quella che mostreremmo ad un colloquio di lavoro? Ci sono ancora le nostre foto dell’università, in cui stranamente non siamo chini sui libri, ma ci stiamo cimentando in imprese memorabili ma meno pertinenti allo studio, tipo abbracciare la tazza di un water o molestare sessualmente una statua? Ecco, durante il nostro prossimo colloquio di assunzione queste foto peseranno più di tutti i tratti caratteriali e degli hobby mirabolanti che abbiamo inventato nel curriculum per fare colpo.
  • Ci sono foto dei nostri bellissimi bambini? Allora è possibile che possiamo anche trovarle legalmente in vendita sulle tazze di Koppie Koppie, e che come possiamo comprarle noi, così può farlo legalmente chiunque altro al mondo che trovi carini i nostri bambini e che voglia vederli tutte le mattine mentre fa colazione.
  • A che tipo di pagine siamo iscritti, così per sapere? Tutte cose di alta levatura morale, o tre quarti di queste sono solo dei collettori di facezie del tipo di cui non ci vanteremmo mai durante una cena dai suoceri?
  • Che tipo di contenuti avete regalato all’umanità? Leggendole così, dall’utente sconosciuto, vi sembra che il mondo sia leggermente migliorato dal momento che avete deciso di condividere quel po’ di conoscenza, o casomai non avete fatto altro che generare nuova confusione in un ambiente che non è certo dei più puliti?
  • Quante volte avete pubblicato informazioni personali che possono essere usate contro di voi da qualcuno che vostro amico non è? E’ sufficiente far capire dove si abita e quando siamo in vacanza, per aiutare un ladro a svuotarci la casa con un certo agio. Se poi in quell’enorme numero di nostri amici ce ne sono giusto alcuni che così amici non sono, allora le cose diventano ancora più facili.

Ecco, così via. Stiamo forse dando un po’ troppe informazioni su di noi al perfetto sconosciuto che siamo in questo momento? Se ci piace quello che vediamo significa che o siamo stati bravi, o siamo esibizionisti o facciamo parte di quei fortunati personaggi pubblici che campano della sottile arte di apparire.

Se poi resistete alla tentazine di far fare amicizia tra il legionario imbecille ed il vostro utente principale è meglio, così evitate che tutti i successivi lettori di questo articolo si facciano davvero gli affari vostri. E a questo punto, anche se siete stati diligenti avete letto fino in fondo tutto questo lunghissimo articolo, significa che davvero non avere capito niente, e siete a pieno titolo dei legionari imbecilli patentati. Scrivete il vostro indirizzo di casa nei commenti insieme al vostro numero di carta di credito, e sarà mia premura mandarvi a casa l’attestato. Sto preparando anche la versione digitale, per quelli di voi che volessero vantarsene online.

Se siete sopravvissuti anche a questo, chiudo con una considerazione parafrasata dal mondo automibilistico, secondo cui

Il 90% dei guidatori si considera un guidatore sopra la media

Magari non tutti siamo forti in matematica, ma spero che l’esempio sia chiaro: sono molto poche le persone che hanno l’umiltà di ammettere di essere scarsi guidatori. Rimane un bel gruppo di individui che alla mediocrità coniugano una certa dose di arroganza che li fa credere di essere degli Ayrton Senna mancati o altro. Ecco, nel mondo del digitale è lo stesso: se dedicate più tempo a scegliere il colore della cover del vostro nuovo telefono che ad impostarne i parametri di sicurezza, qualche dubbio in proposito dovrebbe venirvi.

I celebranti laici, questi sconosciuti

Una cosa strana ad essere iscritti all’UAAR, almeno per chi lo è da poco come me, è che si viene coinvolti in cose un po’ strane ed inaspettate. Voglio dire: ho quarant’anni, e ho vissuto molti più anni da cattolico che da ateo, agnostico o pastafariano. In tutti quegli anni da devoto al papa non ho mai ricevuto una mail dal vescovo o da chi per lui che mi invitasse a fare un corso per diventare prete o anche solo celebrante di matrimoni e funerali cattolici. Ecco quindi il motivo della mia sorpresa quando un bel giorno l’UAAR mi manda una email per propormi di frequentare un

Corso per celebranti laici!

E che cos’è, un celebrante laico? E’ un personaggio che organizza cerimonie laiche. Affascinato vedo di informarmi un po’ meglio cliccando per esempio qui, e mi rendo conto che si opera principalmente su tre tipi di eventi, tra il fausto e l’infausto:

  1. Benvenuti
  2. Unioni
  3. Commiati

Per risparmiare tempo, è utile fare un parallelo con quello che accade normalmente in Italia ad una persona nella parentesi tra la sua nascita e la sua morte:

  1. Quando due cattolici hanno un figlio si dà per scontato che voglia esserlo anche lui, come se si trattasse di una malattia trasmissibile che opera su scelta volontaria di due untori. Un po’ lo è, in effetti: se non si facesse così non credo che avrebbe tutto questo successo. Comunque, l’ignaro infante viene rapidamente battezzato, pena l’inferno per l’innocente o peggio la maturazione di una volontà personale. Rito di nessun valore legale, ma che se non altro permette ai genitori di presentare il pargolo in famiglia e al prete di aggiungere tacitamente un altro nome al misterioso registro dei parrocchiani.
  2. Se arriva alla maggiore età che è ancora cattolico e decide di sposarsi allora viene sposato. Ovviamente dopo aver trovato un partner che sia d’accordo, tenendo però conto che tale partner non deve aver contratto lo stesso tipo di accordo con altri, a meno di non averli seppelliti tutti, e soprattutto deve essere di sesso opposto. Suona un po’ strano a dirsi, ma è più o meno così. Qui il rito ha valore legale, perché pare che la formula recitata in chiesa valga anche per lo stato italiano, ma soprattutto perché a sposi e testimoni viene fatto firmare un registro gentilmente prestato dal comune che del prete si fida abbastanza. Strano a dirsi, considerando che stiamo parlando di un adulto che ama vestirsi in modo equivoco e fare uso di alcolici per evocare misteriosi esseri trascendenti.
  3. Se quando muore il nostro cattolico è ancora tale oppure non c’è nessuno parente ad impedirlo, allora viene unto. E qui la religione dà il meglio di sé, con processioni, ostentazioni, messe e tutto il resto. La liturgia accumulata in duemila anni sul tema della morte ha tutto quello che serve per affascinare ed emozionare il pubblico, tra diavoli dell’inferno, porte del paradiso, trombe del giudizio e fantasiosi draghi stellari dalle sette teste con sopra undici corna, che vai a capire come sono sparpagliate. Credo che un funerale condotto sotto effetto di LSD non potrebbe mai essere grandioso ed evocativo come lo è il rito cattolico. Per fare un paragone impietoso i battesimi, con la chiesa semivuota e quei grotteschi involti di panni bianchi tra il sonnolento e lo scocciato, non si avvicinano ad un buon funerale neppure per sbaglio. Non parliamo poi dei funerali più suntuosi, in cui la chiesa cattolica riesce a toccare livelli assoluti.

E il problema è un po’ questo, per noi non-cattolici italiani: con il matrimonio possiamo far finta di chiamare cerimonia quello che in realtà è un misero atto pubblico in un ufficio del municipio, ma quando veniamo al mondo e poi ce ne andiamo siamo un po’ anonimi. Nel caso della morte poi c’è pure il rischio che chi eredita i diritti legali del nostro cadavere abbia le idee un po’ confuse o non ci voglia abbastanza bene da rispettare le nostre volontà, ed ecco che ci ritroviamo istantaneamente ad essere protagonisti involontari delle pagliacciate citate qui sopra, a morire da buoni cristiani dopo una vita orgogliosa da atei bestemmiatori, con tutto il paese a darci degli ipocriti senza che si abbiano più i mezzi per difenderci.

Sarà che ho due bimbi piccoli, ma per adesso sono pure focalizzato sulle questioni di chi nasce. Succede un po’ questo: alla nascita in ospedale i parenti e gli amici stretti vengono a trovare il nuovo arrivato, un po’ alla volta. Ma è pur sempre un ospedale. Il papà fa quello che può per intrattenere gli ospiti, ma non è certo al suo meglio, per quanto euforico (si spera) ed eccitato. La madre, che nell’immediato ha avuto un ruolo da protagonista decisamente più attivo a cui probabimente avrebbe rinunciato volentieri, ha validi motivi per riposarsi un poco. Forse preferirebbe stare un po’ sola col suo bambino d al massimo con sua madre, giusto per quei due consigli rassicuranti. Certo non con le zie rumorose ed invadenti che sui due fronti fanno a gara a trovare somiglianze frankensteiniane con parenti misteriosi, magari dimenticandosi che se somiglia al prozio è solo perché non ha i denti e poche ore prima si è fatto largo con la testa per un passaggio molto stretto. Finita la drammatica questione dell’ospedale la mamma ed il papà portano l’infante a casa, e non ci si vede con i parenti fino al primo compleanno. Niente festicciola ufficiale con un neonato finalmente gonfio di latte, florido e ben vestito, ed è una cosa un po’ triste.

Un giorno eravamo a trovare i bisnonni del piccolo che aveva già quasi un anno ma di battesimi non c’era traccia. Al che il bisnonno mi chiede allarmato:

Scusa, ma non lo battezzate?

Eh, no. Sa, non siamo credenti, e non ci sembra il caso.

Sì, ma sai… la festa, il ristorante!

Un po’ mi fa piacere che ad una certa età si smette di pensare alle superstizioni animiste del cristianesimo, quei miti in cui si parla di metaluoghi misteriosi e di spiriti eterni che se a parlarne è Scientology ci facciamo tutti delle grasse risate, ma quando è il cristianesimo allora diventiamo seri, ci facciamo il segno della croce e ci diciamo che non è proprio il caso di scherzare. Comunque il bisnonno aveva ragione: niente festa! Come se avessimo adottato un gatto. Anzi: sono sicuro che qualcuno la cerimonia di benvenuto al gatto la fa. Avevamo un bambino da quasi un anno, e il peso sociale a questo evento straordinario è stato pari a quello di quando abbiamo comprato l’asciugatrice.

Con i funerali va anche peggio, perché se una festa in casa ad un bambino non è così difficile da pensare, anche senza rito celebrativo, con i funerali è un po’ più difficile, per via della poco pratica gestione del caro estinto. Ovviamente i comuni italiani non sono dei più solleciti a mettere a disposizione delle sale del commiato a chi cattolico non è: o ti adatti a sopportare la vista del dio dominante che imperversa incurante in quasi tutti gli ambienti pubblici, o ti limiti a buttare il corpo in un forno o in un buco nel terreno senza tante storie. Se poi il personaggio è pubblico è anche peggio, perché sicuramente salterà fuori un prete sollecito che in cambio di un po’ di pubblicità non vedrà l’ora di mettere a dispozione tutta la baracca, tra locali, processioni, messa e coro di voci bianche, sottintendendo un mendace ravvedimento del moribondo in ultima istanza. Già non è facile vivere da non credenti in Italia, ma morire è ancora peggio.

E qui, a risolvere tutte queste fastidiose situazioni, arriva la figura del celebrante laico: un essere umano che si preoccupa di onorare i cambi di stato della nostra vita (vivo, unito, morto) con delle degne cerimonie. Cose concordate con i committenti e quindi fatte su loro precisa misura e non su quella del prete, della sua religione o di un vecchio parente che ci tiene molto, in genere lo stesso che pretende che diate il suo orribile nome al primogenito. In più, essendo che non ci sono vincoli di nessun tipo se non la propria moralità e la legge dello stato, si possono anche pensare cerimonie di altro genere. Per esempio:

  • Un’assunzione a tempo determinato
  • L’abbandono ufficiale di una religione imbarazzante mediante sbattezzo
  • Una separazione da un marito alcolizzato e violento
  • La morte naturale di un marito alcolizzato e violento per mano di un albero piantato davanti alla sua veloce automobile proprio alcune decine di anni prima dell’urto
  • La piantatura di un giovane albero sulla curva di una strada, a ricordare il sacrificio di un altro albero della stessa specie nel porre fine alla vita di un marito alcolizzato e violento
  • L’abbandono del nido di un figlio maggiorenne (da stabilire nel caso chi vuole festeggiare)
  • L’adozione di un cane
  • L’adozione di un bambino
  • L’adozione di uno stile di vita più sano

Eccetera eccetera. Insomma, non ci sono sacramenti, quindi si può celebrare tutto quello che si vuole. Al limite un problema del celebrante può essere la questione morale di dover gestire committenti un po’ discutibili, ma fortunatamente qui la religione cattolica ci viene incontro, mantenendo saldamente il monopolio sulle celebrazioni ai politici ed ai mafiosi.

La varietà dei riti laici poi è fuori discussione, perché viene da sé che non ci sono solo persone che scelgono liberamente la cerimonia laica, ma ci vanno a finire tutti i casi che non rientrano nei canoni dell’esclusivo rito cattolico. Magari da celebranti non credenti un po’ ci imbarazza di dover organizzare e celebrare un rito pagano per Belenos, dio celtico del sole, soprattutto se ci ritroviamo a doverci vestire come il druido Panoramix. Ma se va bene ai committenti e nella pozione magica non sono presenti sostanze psicotrope che non intendiamo sperimentare in pubblico, allora è più una scelta personale.

Gli omosessuali che vogliono una cerimonia di matrimonio decente non possono fare a meno di rivolgersi ad un celebrante laico. O anche alla Chiesa Valdese, a dire la verità, o ad altre religioni fondate sull’amore di dio e non sulla discriminazione. Se si vogliono sposare sulla linea 13 dell’autobus, perché è lì che si sono conosciuti, non ci sono impedimenti, se non quello di ricordarsi di vidimare il biglietto. Con il classico rito cattolico ci sono già due motivi per cui questo non è fattibile.

Ne esce chiaramente che le celebrazioni laiche sono per loro natura personali e variopinte. Il rito cattolico è certo suntuoso, ma è sempre lo stesso: stesso locale, in genere molto lussuoso, stessa cerimonia, un solo libro da cui vengono scelte le letture, un solo canzoniere da cui vengono attinte le musiche e le canzoni. Con il rito cattolico non è il celebrante che deve preparare una cerimonia come fosse un abito su misura dei committenti, ma i committenti che devono adattarsi alla forma del rito.

Ti piace Gianni Rodari e vuoi sentire un suo racconto letto da un tuo amico, con un sottofondo di musica rock?

Non si può!

Vuoi essere seppellito in un bosco?

Non si può!

Vuoi un matrimonio in spiaggia?

Non si può!

A meno certo di un cataclisma particolarmente fortunato in una località costiera.

Comunque: Non si può, non si può e non si può: facciamo prima a dire come può o deve essere la cerimonia cattolica dei propri sogni: dovrà sempre e comunque passare da un prete che con ogni probabilità non sa nemmeno chi sono i due committenti. Questo sconosciuto se avrà chiesto un incontro con gli sposi sarà più che altro per rassicurare se stesso che non abbiano la barba tutti e due o altre sorprese difficili da gestire all’ultimo momento, non certo per cononscerli meglio e preparare di conseguenza una cerimonia più adatta. I brani che leggerà o farà leggere saranno tutti tratti dal grande libro delle avventure di Gesù o dal suo imbarazzante prequel, non certo da una raccolta di poesie di Alda Merini. Inoltre saranno alternati alle canzoni del coro di vecchie o di amici dell’oratorio che cantano il loro amore incondizionato non per i due sposi, ma per un evanescente essere pandimensionale di cui si può solo ipotizzare la presenza al rito. Non ci si sente rappresentati da questa cerimonia? Allora sarà il caso di farsi un esame di coscienza, meglio se ad opera di un prete in un confessionale.

Ma in Italia tutto questo è normale, mentre farsi fare una cerimonia su misura da un professionista è una cosa ignota o stravagante che o si è costretti a fare perché non si rientra nei canoni della chiesa cattolica, o che la si evita a priori perché metterebbe in imbarazzo la nonna, che è un po’ all’antica. Poi ci si chiede perché la cosa che interessa di più alla fine di un matrimonio è il capo di abbigliamento della committente, un dettaglio a mio parere marginale come pochi in un contesto importante come l’unione di due persone. Voglio dire, è normale che siamo abituati a sentire più questa conversazione:

Curioso assente: Come è andato il matrimonio di Giuseppe e Maria?

Presente: Benissimo!

CA: E come era il vestito di Maria?

P: Stupendo: un abito lungo e bianco che difficilmente potrà riusare per andare a fare la spesa o per una camminata nei boschi, ma che metteva in giusto risalto le doti caratteriali della sposa e che ha destato l’invidia di un gran numero di amiche zitelle

di questa?

Curioso Assente: Come è andato il matrimonio di Giuseppe e Maria?

Presente: Benissimo!

CA: E che lettura ha scelto il celebrante cattolico per descrivere al meglio i due sposi, giudato dalla sua particolare sensibilità e dalla conoscenza della coppia?

P: quella in cui Gesù dà fuori di matto e scaccia i mercanti dal tempio: un grande classico che non manca mai di commuovere ed emozionare e che ben si adatta ai due innamorati ed al loro appassionato rapporto di coppia

Io dico che la nonna semplicemente non sa che si può fare qualcosa di diverso e che potrebbe apprezzarlo in modo particolare dopo uno sproposito di funerali e matrimoni in chiesa fatti con lo stampino. Io di sbadigliare in chiesa ho smesso già da un pezzo, e preferisco visitare i bar della piazza durante la cerimonia: ci si diverte molto di più, ci si può alzare e sedere tutte le volte che se ne ha voglia, si può parlare tutti insieme e non bisogna aspettare mezz’ora per avere qualcosa da mangiare. Dimenticavo di dire che non sono mai solo. In Italia si parla spesso delle percentuali geografiche di matrimoni in chiesa ed in municipio. Dovrebbero anche parlare della percentuale sempre crescente di persone che trascorre il tempo del matrimonio bevendo un pirlo al bar.

Forse è ora che le cerimonie stravaganti diventino quelle cattoliche, e che sia considerato normale nascere, unirsi e morire nel modo che vogliamo noi. Riprendiamoci le nostre celebrazioni, chiamiamo un celebrante laico!

O pastafariano, certo.

Non me, non sono ancora pronto. Ho finito il corso, ma devo ancora fare l’esame.

Sui sistemi elettivi migliori del nostro

Dai fatti accaduti negli ultimi mesi ho intuito che qualcosa nelle elezioni non ha funzionato nel migliore dei modi. Non che la volta precedente sia andata molto meglio, ma in quella circostanza perlomeno c’era la scusa di un sistema elettivo suino a cui dare la colpa. Questa volta aveva sempre un nome in latino maccheronico rispettoso e scelto con cura dalle più alte intelligenze politiche in campo: doveva per forza andare meglio. Ma se siamo qui a parlarne è perché inspiegabilmente qualcosa è comunque andato storto e purtroppo si stenta pure a trovare qualcuno a cui dare la colpa. Probabilmente ognuno di noi accusa tutti quegli tutti quegli italiani che hanno votato un altro partito e non quello che piace a noi, ma alla fine il problema è uno solo: la democrazia. Ci piace poterci vantare di vivere in uno stato democratico perché ci hanno insegnato che è la cosa giusta e che tutte le altre forme di governo sono intrinsecamente sbagliate, ma questi casi ci mostrano una drammatica verità: la democrazia a volte è inequivocabilmente stupida.

Come se non fosse già di suo abbastanza umiliante e sconfortante questo periodo di imbarazzo politico, ecco che di continuo giungono indesiderate le parole delle forze di occupazione dello stato vaticano. In virtù di princìpi a me sconosciuti questi anziani signori si sentono in diritto di dire la loro e soprattutto che quello che dicono venga diffuso e poi preso in considerazione. E qui sta la cosa più strana: non dicono niente di particolarmente illuminante o sensazionale. Voglio dire: sono sempre e solo discorsi vaghi, scontati e pieni di parole ed espressioni collaudatissime come

  • per il bene degli italiani
  • auspichiamo
  • mettere da parte i

Per sentirmi dire da un vecchio sfaccendato che le elezioni sono andate male e bisogna fare qualcosa di positivo non credo serva scomodare un cardinale: basta andare in un qualsiasi bar del paese. Mi chiedo se sia proprio necessario che debbano ripetere sempre le stesse cose in questo modo così borioso e soporifero che non gli fa certo guadagnare punti simpatia tra i fedeli: è cosa nota a tutti che l’ultimo governo italiano di cui papa e vescovi non abbiano avuto niente da ridire è stato quello di Mussolini, e questa la dice tutta sulla autorevolezza dell’alto clero.

Mi viene da pensare che il loro messaggio sia un altro, perché tutto si può dire delle gerarchie cattoliche ma non che non sappiano quello che fanno, e sto parlando di uomini che comandano in Italia dai tempi dell’impero romano vestendosi in modo carnevalesco tutti i mesi dell’anno. Per me i vescovi ed i cardinali hanno un secondo fine più sottile: vorrebbero aiutarci ad uscire dalla nostra stagnante situazione politica suggerendoci un sistema politico migliore quale è il loro, che procede senza grossi intoppi e modifiche da quasi duemila anni, e soprattutto senza il fastidioso impaccio di una costituzione all’occorrenza da difendere o da minacciare di cambiamento.

In Vaticano c’è una teocrazia. Significa che dio in persona illumina vescovi e cardinali riuniti in conclave perché scelgano in modo divino chi di loro diventerà il nuovo pontefice. Il papa eletto diventa il rappresentante di dio in terra, ed istantaneamente acquisisce il superpotere della non fallacia, ovvero l’impossibilità di sbagliare. Tutto quello che il papa dice, pensa e fa è giusto, perché è come se lo facesse dio, e se una cosa la fa o la dice dio diventa automaticamente giusta. In base a questo principio inoppugnabile il papa può nominare vescovi e cardinali, già sapendo che non sbaglierà, e che tali vescovi e cardinali saranno i migliori possibili, e verranno di nuovo illuminati quando si tratterà di scegliere un nuovo papa. Come si può vedere, è un sistema semplicissimo e a prova di bomba, e questo per un motivo ancora più semplice: non è democratico, ma neanche un po’: avrete notato che in nessun passaggio il fedele cattolico è chiamato al voto. Anzi: qui è coinvolto nel sistema elettivo nientemeno che dio in persona. Cosa c’è di meglio di un essere pandimensionale ed infallibile a garanzia di un governo stabile ed illuminato?

Come sistema non è molto diverso da altri nel mondo storicamente stabili anche se tipicamente associati a dittature o a regimi politici. Penso a Cuba e alla Cina, ma solo perché sono troppo pigro per cercarne altri su Internet. Se il nostro obiettivo è la stabilità di governo ma soprattutto evitare le continue e fastidiose apparizioni di prelati su televisioni, radio e giornali, è chiaro che dobbiamo seguire l’esempio del Vaticano, di Fidel Castro e del partito cominista cinese e farci guidare dal loro pensiero politico.

Senza la democrazia.

Lo strano principio del doppio miracolo

C’è quella cosa che mi ha incuriosito da sempre della religione cattolica: per diventare santi occorrono due miracoli riconosciuti. Non è chiaro di preciso cosa sia un miracolo, ma da che ho capito è un momento in cui la continuità spaziotemporale dell’universo si deforma abbnadonando le leggi della fisica a cui è normalmente soggetto, per seguirne altre su richiesta del devoto fedele, per intercessione del santo, su intervento del potente dio cattolico. Per esempio: se siamo abituati che le pietre non si muovono da sole, ma arriva uno che le sposta pregando, questo è un miracolo, perché per il tempo del volo sulla pietra non ha agito la forza di gravità. Se ad una martire crescono improvvisamente i capelli per nascondere le nudità agli occhi dei torturatori pagani, allora in questo caso parliamo di materia che si genera dal nulla, ed è la massa totale dell’universo a cambiare in modo imprevisto.

Paolo Uccello, San Giorgio e il drago, grazie Wiki

Quando poi sentiamo di un condottiero che sconfigge un drago, allora qui non è ben chiaro, ma possiamo pensare che sia un miracolo che un dinosauro sia sopravvissuto fino al moderno Olocene, per poi essere estinto dal solito idiota mosso da buona fede. Per di più una specie di tirannosauro alato, una autentica rarirà sfuggita a tutti i paleontologi, evidentemente troppo presi dalla loro ricerca accademica per riflettere sugli interessanti spunti offerti della religione.

Ultimamente di miracoli così pittoreschi non se ne sente più parlare, e questo purtroppo getta un po’ di ombra del dubbio anche su quelli del passato. I miracoli del giorno d’oggi sono molto più noiosi, e riguardano immancabilmente la salute dei fedeli, sempre più chiusi sul proprio tornaconto personale rispetto agli eroici màrtiri del passato. Non c’è più quel pizzico di incoscienza dei tempi d’oro del cristianesimo. D’altra parte non c’è nemmeno la sfacciataggine di chiedere un miracolo per fini più estrosi, tipo sposare George Clooney, far comparire un vulcano che erutta birra nel proprio cortile o traversare lo stretto di Messina in volo sbattendo le braccia come ali. Sempre e solo di salute si parla, e anche qui mai niente di eclatante, tipo la ricrescita di una testa o di un braccio amputati. Purtroppo è la guarigione da malattie a farla da padrone.

Ormai la formula è abbastanza standardizzata:

  • un devoto cristiano con problemi di salute suoi o di suoi familiari prega perché un santo intervenga in suo aiuto
  • il santo chiede a dio di modificare temporaneamente le leggi della fisica contestualizzate al malato
  • dio acconsente ed interviene
  • il cristiano riceve il miracolo, quindi ringrazia il santo e comunica l’episodio alla commissione vaticana
  • il Vaticano verifica il miracolo. Se tale è stato, conta i precedenti miracoli attribuiti a tale personaggio. Se è il primo allora l’intercessore diventa beato, se è il secondo diventa santo.

Purtroppo il cristiano ha la tendenza a non comunicare i casi in cui il santo di turno non ha ascoltato le sue preghiere, forse per non essere giudicato come uno che non prega come si deve. Di conseguenza non possiamo trarre delle statistiche sull’efficacia di intervento dei santi.

Qualcuno poi potrebbe obiettare che una commissione vaticana non sia l’organo più attendibile per verificare l’attendibilità di un miracolo, visto che si tratta di persone sul loro libro paga. E’ come se chiedessi ai dirigenti della Juventus di prendere una decisione su un rigore per la loro squadra. In teoria della commissione fanno parte esponenti qualificati del mondo della scienza, ma è pur sempre una commissione scelta dal Vaticano, e non ci vedo nessun appartente al CICAP, tanto per fare il nome di una associazione nota per essere restia a riconoscere un evento sovrannaturale.

Altra considerazione: dal secondo miracolo in poi le cose non cambiano: non ci sono supersanti o santi di 10° livello, tipo nelle arti marziali e nei cartoni giapponesi. Almeno qui tra i viventi. Magari in paradiso è diverso, e la Vergine di Guadalupe è in aperta, amichevole competizione con padre Pio, ma non possiamo sapere.

Sia chiaro: va bene pregare il santo, ma ricordiamoci che non è lui a fare il miracolo: solo a dio è dato il potere di deformare le leggi della fisica, essendo lui che le ha definite e messe in opera. Il santo o aspirante tale può solo avanzare una richiesta in modo più o meno convincente.

Un caso recente è quello che sentivo alla radio su papa Paolo VI, roba di questi giorni. Era già beato per un miracolo operato durante una gravidanza difficile. Un’altra donna con lo stesso problema è stata consigliata da un’amica esperta di pregare il beato, ed il miracolo non si è fatto attendere, quindi presto anche papa Montini entrerà nel gotha dei santi cattolici. Mi piace pensare che Dio veda più volentieri volti nuovi a fare la coda delle intercessioni fuori dal suo ufficio, quindi credo sia più efficace pregare un santo specifico che non andare sul santo generico da battaglia come San Gennaro o San Pio. Saranno anche i migliori nella questua al miracolo divino, ma se fossi Dio sarei anche stufo di vedermeli davanti tutti i giorni, ed inizierei a trovare scuse per non farmi trovare, tipo il classico “Dio non c’è”.

Tornando al doppio miracolo uterino di papa Montini, la cosa da notare è come molto spesso ci sia una certa specializzazione medica dei santi, esattamente come avviene per i dottori. Per citare un caso dal passato c’è San Biagio, da secoli particolarmente efficace nel risolvere ogni tipo di problema alla trachea. Potrebbe essere una buona idea che i cattolici smettano addidittura di ricorrere alle cure terrene e si affidino direttamente alla provata efficacia dei loro santi, così da liberare gli ospedali a noi miscredenti, che siamo invece costretti a rimettere le nostre speranze nella provata fallacia di medici orgogliosi e sempre più spesso, ahimé, non credenti.

Fatto il punto su come funzionano i miracoli al giorno d’oggi, nasce la mia considerazione: se viene pregata una persona meno canonica per intercedere in un miracolo, va bene lo stesso? O è necessario che sia già un personaggio in odore di santità? Perché questo è quello che verrebbe da pensare a rigor di buon senso, ma a quanto pare non è così. Come già detto, per la santità basta:

  1. essere morti
  2. avere avuto un ruolo attivo e riconosciuto in due miracoli certificati

E io vorrei provare questo: cosa succede se ci mettiamo a pregare per l’intercessione di esseri umani un po’ lontani dai canoni della religione cattolica?

Personaggi tipo:

  • Giorgio Gaber
  • Freddie Mercury
  • Ernesto Che Guevara, per i tumori ai polmoni da fumo di sigaro
  • Margherita Hack
  • Diego Armando Maradona (non subito, chiaramente: l’ho messo perché per me qualcuno lo sta già pregando)
  • Douglas Adams
  • Walt Disney, protettore dei bambini abbandonati davanti alla televisione dai genitori
  • David Bowie, come patrono degli astronauti
  • Jurij Gagarin, come patrono dei cosmonauti
  • Gianni Rodari
  • Bettino Craxi, per i problemi di diabete cancrenoso
  • Janis Joplin
  • Charles Darwin
  • Jane Austen
  • Nikola Tesla
  • Alan Turing
  • Giuseppe Garibaldi
  • Harry Houdini
  • Arthur Guinness
  • Audrey Hepburn
  • Albert Hofmann, protettore durante i viaggi della mente
  • Fabrizio De André
  • Hugh Hefner, per i problemi di natura sessuale
  • Calamity Jane
  • Alfred Hitchcock
  • Frank Zappa
  • Gino Bartali
  • Carrie Fisher
  • Alessandro Volta
  • Edgar Allan Poe, per ogni tipo di fobia

Eccetera. E’ un elenco giusto un po’ così, fatto in fretta e senza pretese ma tutto di persone che sarei felice di pregare per le mie piccole e grandi intercessioni personali. che può essere rivisto e corretto in ogni momento. Comunque, possiamo provare a pregare questi per una volta, e vedere cosa succede? Che magari ce li fanno beati e poi santi, e poi ci dedicano anche una bella chiesa da qualche parte?

Ma come mai la chiesa è così piena di preti pedofili?

Ci sono tante domande, risposte ed interpretazioni sulla questione della pedofilia nella chiesa cattolica. Libri interi, film vincitori di Oscar e tutto il resto. Mai nessuno però, che io sappia, si è occupato di risalire al motivo originario sul perché la chiesta sia un covo brulicante di pedofili. Così ho deciso di occuparmene io, ovviamente senza alcuna qualifica se non quella aver visto il flim Spotlight, aver letto il libro Lussuria di Fittipaldi oltre che una serie di gustosi articoli in Internet sullo stesso argomento, e soprattutto di avere dei meravigliosi, fortissimi pregiudizi contro la chiesa cattolica ed in generale su tutte le grandi religioni monoteiste moderne, al punto di considerarle come i peggiori cancri dell’umanità.

Andiamo con ordine. Nel film Spotlight, che si occupa della sola diocesi di Boston, si parlava di un 6% di pedofili sul totale del clero, che si traduce banalmente in una settantina di pedofili accertati. Solo a Boston e dintorni. Nel libro Lussuria invece si parla se non sbaglio di un 2%, ma su scala mondiale, quindi circa 400.000 molestatori e stupratori di bambini. Percentuale inferiore, ma numero totale con quattro zeri in più. Che sia il 2% o il 6% è comunque un numerone, e non credo che sia in media con la popolazione maschile mondiale dei pedofili. Sono certo che i ranghi della chiesa cattolica attirano gli orchi.

Nel film Spotlight un ex prete pentito (scusate la parentesi, ma l’aggettivo pentito accanto alla parola prete prende un gusto tutto suo) dice che metà dei preti fa sesso, contravvenendo al voto di castità. Non è importante: sono fatti loro. Anzi: sono pure felice per loro: come dice il Flying Spaghetti Monster, fare sesso è divertente, e se non voleva che lo si facesse non lo avrebbe reso così piacevole. Lo stesso ex prete però dice che il voto di castita provoca frustrazione, a questo punto nell’altra metà dei preti, e quindi perversione. E qui non sono d’accordo, perché di uomini che non possono fare sesso ce ne sono un bel po’ al mondo e non è che siano tutti adescatori di bambini. Se fai una roba del genere, vuol dire proprio che ti piace, non che è un ripiego da qualcos’altro di più convenzionale.

Pensare ad un uomo che approfitta in questo modo di un bambino o di una bambina mi fa venire il voltastomaco, e se penso che ai miei figli dovesse accadere una cosa del genere, mi ritrovo a pensarmi capace di atti tanto violenti da lasciarmi stupito: sarà anche un malato ma il pedofilo, prete o laico che sia, sa benissimo che sta facendo del male e che sta rovinando la vita di un innocente e dell’adulto che diventerà, se ce la farà a diventarlo. Quindi per me si tratta di sadici consapevoli di avere un problema ma che comunque preferiscono fare quello che vogliono, e nel caso dei preti sapendo perfettamente di avere le spalle coperte dai superiori. E qui per me sta il primo problema: ai pedofili laici non va così bene. Anzi: va molto peggio. Credo che nella stragrande maggioranza dei casi debbano limitarsi a consumare pedopornografia online, rischiando comunque molto di più di qualsiasi prete pedofilo praticante. Il pedofilo laico si ritrova a vivere la sua malattia da solo, deve costruirsi da sé la sua rete di contatti, e non è certo detto che sia un mago dell’informatica tale da riuscire a coprire le sue tracce: i casi di cronaca nazionale degli ultimi anni insegnano. Sicuramente se c’è consumo di pedopornografia c’è anche offerta, quindi da qualche parte ci sono anche dei mostri laici che alimentano questo mercato dell’orrore. E qui, per non andare su incubi peggiori, mi limito a pensare al classico pedofilo che porta un cagnolino al parco giochi con l’intento di adescare il figlio di un genitore distratto da un qualche social network e di caricarlo sul suo furgone. Riflessione banale: se vuoi evitare i pedofili, è comunque molto meno pericoloso un parco giochi di un oratorio. Comunque: un pedofilo al parco con il cagnolino rischia il linciaccio prima della prigione, e so per certo che la categoria dei pedofili non gode del favore degli altri carcerati, soprattutto di quelli che non vedono i loro bambini se non una volta ogni tanto in una sala comune e per pochi minuti. Che io sappia, mai un prete pedofilo è stato linciato dai suoi parrocchiani, né tantomeno è finito in carcere. Già questo mi pare un ottimo motivo per un pedofilo di farsi prete: l’immunità di categoria per uno dei reati più odiati dall’opinione pubblica, e col bonus di non doversi procacciare i bambini al parco o su pericolosi siti Internet: saranno i bambini a cercare il suo affetto, direttamente in parrocchia. Praticamente il paradiso in terra! Intendo ovviamente per il pedofilo, non per i suoi piccoli fedeli.

Da questo punto di vista lo sbocco professionale naturale del pedofilo è il sacerdozio. Ma per me c’è dell’altro. Sempre in Spotlight, la giornalista Sacha Pfeiffer scopriva l’indirizzo di un vecchio prete pedofilo. Ovviamente va a suonare il campanello e gli apre lui stesso. Candidamente l’anziano parroco risponde senza nascondersi alle domande e ammette tutte le sue colpe, almeno finché non arriva la sorella che lo tira dentro bruscamente e sbatte la porta in faccia alla giornalista. Perché tanta onestà, da parte del prete pedofilo? Lo dice lui stesso: lui non ha mai violentato nessuno, ma solo molestato, e questo nonostante di violenze da giovane ne abbia subite un bel po’. Dal suo punto di vista è comunque a credito, quindi una brava persona. Dio sarà felice di lui, e i bambini che lui ha traumatizzato non hanno niente da rimproverargli, anzi dovrebbero essergli grati di non essere stati pure sodomizzati. Siccome non è la prima volta che sento storie del genere, ovvero che bambini violentati crescendo si trasformino poi in preti violentatori (o molestatori, per carità!), mi viene da pensare che siamo di fronte ad una bella catena di Sant’Antonio della violenza subita che diventa violenza restituita. Un po’ come il nonnismo delle caserme di una volta, solo con la protezione e la benedizione dall’alto. Quindi può essere che ci sia il pedofilo che decide di farsi seminarista per avere a portata di mano tutto quello di cui ha bisogno senza rischio alcuno, ma così come il ragazzino che ci entra per autentica vocazione divina, ma che finisce per imbattersi nelle voglie del suo superiore.

Ecco qui: tutte le volte che ho letto, visto o sentito parlare di bambini molestati o violentati da preti pedofili, non c’è mai stato un caso che poi sia diventato adulto senza portare con sé un groviglio di traumi indissolubili. Credo anzi che essere violentati in un’occasione da un pedofilo qualunque renda tutto estremamente più semplice, perché rimarrebbe nell’episodio isolato, quindi più facile da dimenticare. Nel caso di una violenza parrocchiale, come può essere anche il caso di una violenza domestica, tutto si complica. Perché non c’è l’adescamento da parco giochi, ma la fiducia nell’adulto di riferimento, sia questo il proprio parente o il prete. Quindi è una persona nota, rispettata e di cui si fida. Ci si rende conto sempre troppo tardi che non è il buon pastore evangelico ma il lupo cattivo, e ci si ritrova a dover frequentare il nostro aguzzino sempre e comunque, nella quotidianità, condividendone l’orribile segreto, come fosse una colpa sua prima che del suo carnefice. Dopo le violenze si ha paura a riferire a chiunque, ci si vergogna e si tiene tutto dentro di sé, e questo non aiuta certo a vivere un’infanzia serena. Più facilmente porta a tossicodipendenze, alcolismo e suicidio. Non è difficile crederlo, e comunque non sto inventando: ci sono numerosi casi documentati nel libro di Fittipaldi. C’è anche un’altra cosa: il prete, da predatore che è, va ovviamente a scegliere il bambino più debole, per il carattere del piccolo o anche per la sua situazione familiare. Dico: non è il pedofilo al parco, che prende il primo che gli passa a tiro di cane: qui abbiamo un’intera parrocchia a disposizione e tutto il tempo che serve: voglio vedere se non c’è un bambino bisognoso di affetto, magari con una famiglia disagiata o in difficoltà economiche che vede la predilizione del curato per il loro bambino come una benedizione dal cielo. Voglio vedere se quel bambino, già insicuro di suo, troverà mai il coraggio per dire a sua madre cosa gli fa in canonica quel prete tanto buono e generoso.

Ecco, la pedofilia applicata alla parrocchia genererà solo bambini terribilmente traumatizzati, che facilmente non avranno né un buon rapporto con il proprio corpo né una gran fiducia in se stessi o nelle istituzioni. Se però spostiamo la pedofilia in un seminario, ci sarà più una relazione di pedofilia tipo maestro – studente che non predatore e preda. Il chierichetto abusato dal prete non fa carriera diventando prete a sua volta: rimarrà un adulto disperato nella vergogna e nel suo senso di impotenza. Ma il seminario serve a diventare preti, e di sicuro c’è la coscienza che subendo le violenze in silenzio e con rassegnazione, prima o poi arriverà il proprio turno. Un adulto che ha avuto la fortuna di vivere la propria sessualità in modo naturale troverà queste violenze tanto disgustose da lasciarlo senza parole. Ma se uno le ha vissute sulla sua pelle fin da ragazzo per mano dei suoi stessi insegnanti di scuola e di vita, con ogni probabilità gli sembreranno una cosa quasi normale, seppur non certo piacevole. E sicuramente a corredo della violenza in sé ci si ritrova pure tutti i disgustosi motivi che vogliono giustificare l’abominevole atto sessuale, così che quando arriverà il proprio turno non ci sarà bisogno di inventare niente di nuovo. Insomma: non certo uno dei sistemi di formazione educativa pubblicamente più moderni e apprezzati, ma che sicuramente è stato molto efficace nel tempo a generare sempre nuove generazioni di violentatori di bambini, abbastanza gagliardi e sicuri di sé da potere esercitare la propria particolare sessualità con un certo piacevole trasporto e senza fastidiosi sensi di colpa.

Natale e antiche superstizioni

Che bello il Natale, la famiglia, i regali e tutto il resto. Come si fa a non amare queste cose? Se una persona odiasse il Natale, sempre che possa esistere un essere così meschino, credo che dovrebbe essere osservato dai servizi sociali, o dalla polizia di Babbo Natale.

A me il Natale piace perché non ci fornisce scuse: a Natale ci si incontra con tutta la famiglia. Che poi per chi di famiglia ne ha messa su una propria come me stesso, significa che bisogna incontrare le altre due: prima quella della mia amata, alla vigilia, e poi la mia, al pranzo seguente. Fortuna vuole che le due rispettive tradizioni familiari non pretendessero già di loro lo stesso momento familiare, altrimenti tutto sarebbe stato leggermente meno meraviglioso di come è.

Quest’anno poi ho avuto un’opportunità meravigliosa, perché i corrieri espressi di Babbo Natale non sarebbero riusciti a consegnarmi in tempo il regalo che volevo fare a mio cognato. Così mi sono dovuto trasformare nell’elfo di me stesso, trascorrendo alcune ore della vigilia nell’officina di mio padre per costruire da me il regalo scelto. E qui sta un po’ della magia del Natale: dovete sapere che quando si accende la ciabatta che dà energia alla lampada e ad alcuni strumenti del banco di lavoro, in automatico si accende anche la radio, e che la radio è sintonizzata su Radio 1, e che la vigilia era domenica, che sempre da antica tradizione è integralmente dedicata dallo stato italiano alla religione cattolica. Insomma, è andata a finire che mentre azionavo con pazienza ed attenzione il trapano a colonna, mi sono sentito uno spaccato di tradizione e di pii pensieri cristiani sul moderno senso del natale, più una messa con canti e lodi ed infine i commenti a caldo a cura  dello stesso giornalista ossequioso che aveva condotto il primo dibattito. Ho partecipato a questo inaspettato ora et labora a modo tutto mio, con le mie personali invocazioni a questo dio di amore e di pace. Un po’ speravo che la magia del Natale potesse aprire, anche solo che per pochi secondi, una faglia nella maglia spaziale dell’universo, e che le parole che giungevano dal mio cuore potessero arrivare all’orecchio di questo sacerdote, o magari al suo microfono, per deliziare tutto il suo devoto pubblico presente e l’intera platea radiofonica. Pazienza, si vede che se anche il loro dio è davvero onnipotente, certo non sa cogliere l’occasione per un po’ di inaspettato umorismo. A scanso di equivoci, non erano parole in linea con la fede cristiana, ma bestemmie, seppure tutte in rima con i testi originali. A mio parere il fatto oggettivo che non si è aperta una voragine sotto i miei piedi per sprofondarrmi all’infermo va preso come prova della non-esistenza di dio.

Ma perché tutto questo rancore contro la chiesa? Dico solo il motivo più recente. Giusto un paio di giorni prima un’amica mi passava questa notizia in pieno stile natalizio: il 20 dicembre è morto il cardinale Law, e il Vaticano si accingeva a seppellirlo con tutti i dovuti onori nella basilica romana di Santa Maria Maggiore. Tiene la cerimonia il cardinale Angelo Sodano, benedice la salma nientemeno che il pezzo più grosso di tutti tra i vivi: papa Francesco I. Se non vi sembra che ci sia niente di strano, allora dovete proprio guardare la cosa sotto un altro punto di vista, quello secondo cui un uomo che ha trascorso la vita a proteggere sistematicamente una settantina di preti intenti a predare i bambini da una diocesi ad un’altra forse non meritava tanti onori da morto. Ma tant’è: strano che su Radio 1 non abbiano accennato a questa storia, e sì che ci hanno fatto pure un film che ha vinto l’Oscar.

Ma l’Italia è un po’ questa, quella per cui i cattivi sono quelli che non credono in dio, e i buoni quelli che vanno a messa. Le azioni non contano poi così tanto, se vengono annegate in un mare di preghiere.

Finisco il mio lavoro artigianale, metto via tutto e spengo un po’ a malincuore la radio che mi ha tenuto tanta compagnia. Annoto mentalmente il fatto che la messa che ho sentito era sostanzialmente identica a tutte le altre a cui ho partecipato secoli fa. Un po’ mi rincuora sapere che in tutti questi anni questo papa rivoluzionario dalle scarpe marroni non abbia fatto niente per rinnovare un rito che mi sapeva di vecchio già quando avevo sei anni. Ma vedo che ai cattolici piace, forse è meglio tenerlo così.

La sera si va alla cena della vigilia. Tutto bene: qui non parlo mai di religione. O meglio: non parlo mai di religione con persone che hanno dichiarato di voler battezzare i miei figli di nascosto. In questa famiglia è normale che i bambini non vengano battezzati, perché c’è quella convinzione che spruzzare di acqua un bambino inconsapevole non serva a renderlo un adulto migliore o più fortunato, ma che assomigli più ad uno spettacolino di un vecchio sciamano sioux per deliziare e confondere la sua tribù. O di un druido celtico, o uno stregone boscimano, o vai a capire chi: in tema di riti e superstizioni c’è solo l’imbarazzo della scelta; quello che cambia tutto è il numero di persone che ci vanno dietro.

I miei problemi arrivano solo col pranzo di Natale, ovvero quello dei parenti miei. Qui pure si mangia benissimo, e pure ci si fanno un sacco di risate a parlare di questo e di quello. Dal mio punto di vista la differenza è che devo guardarmi dalle buone persone di cui sopra, quelle che sentono la missione della salvezza delle anime dei miei figli dalla mia miscredente malvagità. A condire questo concetto universale, paragonabile allo spirito che ha mosso i crociati in terra santa, c’è il fatto che i miei cugini di figli ancora non ne hanno, e che quindi l’intera popolazione dei nipotini è mia discendente e di conseguenza destinata alle pene eterne dell’inferno se nessuno osa opporsi alla mia cieca follia.

Se alla vigilia di nipotini ce ne sono sei, e quindi fanno gruppo a sé con al massimo un adulto o due che li sorveglia distrattamente chiacchierando con un bicchiere di vino in mano, al pranzo successivo ognuno dei miei bambini gode di ogni attenzione. Dal canto mio devo sorvegliare che nessuno degli adulti mossi da spirito santo improvvisi un rito di salvezza delle loro anime contro la mia volontà. Non è che tutti i presenti girino con delle fiale di acqua santa in tasca, ma un paio di persone hanno dichiarato anni fa le loro intenzioni, quindi non mi sento un paranoico se ci presto un po’ di attenzione almeno a loro due.

Che io sappia non è successo niente. Di sicuro non c’è stata l’ennesima, logorante discussione tra fede e ragione, e quando siamo risaliti in macchina ho buttato lì alla mia signora il pensiero che è stato un buon pranzo, divertente e piacevole. Per lei lo stesso, ma a quanto pare l’attacco c’è stato, solo che non ha colpito né me né i bimbi. E’ stata la mia amata ad essere stata avvicinata, in un dispetato tentativo di illuminarne la ragione. Perché evidentemente agli occhi delle mie pie zie, è evidente che la madre dei miei figli deve essere stata plagiata da me, e che una decisione tanto infausta non può essere il frutto di una decisione comune a due persone adulte e razionali, ma più la forzatura di un empio che piega la volontà della persona buona ma debole. La mia amata prova a spiegare con cortesia che nessuno di noi due ha voluto il battesimo, perché se da un lato io sono orgogliosamente ateo, lei non è certo una focorarina: al più potremmo definirla una ex cattolica non frequentante e soprattutto noncurante. In una parola direi agnostica. Che senso ha battezzare un bambino in queste condizioni? Ed ecco la risposta di chi in vita sua ha mangiato solo pane e catechismo: la salvezza dell’anima, Gesù, l’amore di dio e tutto il resto. Scusate se non riporto le parole esatte, ma già le ho sentite di seconda mano, ed anche in quel momento mi erano sembrate talmente inutili che le ho dimenticate all’istante catalogandole come vaniloqui da catechismo elementare. Non so se ridere o se piangere: se queste sono le argomentazioni per riaverci indietro, mi sembra di essere un guerrigliero addestrato per anni a combattere che si trova a fronteggiare un bambino armato di spazzolino da denti. Come faccio ad argomentare con una persona che mi parla di inferno e paradiso, anima e di peccato originale?

Ho detto un bel po’ di parole fa che i cattivi siamo noi che non crediamo in dio, mentre i buoni sono loro che pregano tanto, e che sicuramente pregano anche per la nostra salvezza e, chissà, per un ritorno nel gregge di pecore del Signore. Onestamente non mi sento così cattivo. Forse un po’ arrabbiato sì, ma cattivo no. Per esempio: io non giudico i miei figli degni dell’inferno solo perché in un remoto passato due ipotetici miei antenati hanno mangiato il frutto della conoscenza. Per le mie buone zie ed il loro dio d’amore invece sì: nelle condizioni attuali è giusto che mio figlio di quattro anni e sua sorella di due vadano all’inferno. Questo è il senso di giustizia che passa il loro dio, ed in cui esse credono. E lo chiamano un dio d’amore, pure.

Quello che trovo sconvolgente è queste persone hanno la presunzione di definirsi razionali ed equilibrate. Condannano con fermezza l’oroscopo, sbeffeggiano le credenze delle altre religioni come se fossero niente più che ridicole superstizioni, ma quando poi si tratta di dare un’occhiata alla religione della loro vita, quella che loro malgrado hanno infilato nella loro testa quanto ancora erano troppo piccole per distinguere la verità da una storiella per bambini, allora tutto diventa serio e obiettivo. Se Allah apparisse volando in piazza alla Mecca di fronte a milioni di musulmani sarebbe una chiara dimostrazione dei livelli di isteria collettiva a cui può arrivare l’islam. Per i cristiani basta citare un paio di miracoli di Lourdes approvati da una squadra di medici del Vaticano e abbiamo dimostrato quale è l’unico vero dio, o perlomeno quello più forte.

Quello poi che mi piacerebbe e che penso dovrebbe accadere in un mondo migliore, è che se una persona volesse convincermi della bontà della sua religione non lo facesse dietro le minacce della dannazione eterna della mia anima o due quella dei miei figli tra le fiamme dell’inferno, quanto su un piano più moderno. Qualcosa per esempio sul messaggio della loro religione e su come potrei essere più felice se ne facessi parte. Non è un gran che, lo so, visto che il senso principale del cattolicesimo è che se accetti la tua vita miserevole senza farti troppe domande, sarai infinitamente felice da morto. Questo messaggio non ha una gran presa su chi di domande se ne sta facendo da un bel po’ di tempo, e hai voglia di pregare o portare esempi di fede: queste pecorelle scappate non torneranno più all’ovile del buon pastore. E a dirla tutta, trovano il paragone con un gregge di pecore un po’ infelice, ma a suo modo calzante per definire chi ne fa ancora parte.

Resta poi da chiarire come mai questo papa tanto buono e simpatico a tutti decida di benedire il cadavere di un dimostrato protettore di orchi. Forse è che la chiesa può ancora permettersi il lusso di fregarsene dell’opinione pubblica. Tanto siamo tutti intenti a compiacerci di quanto è bello il Natale, anche se non troviamo mai parcheggio perché ci sono tutti quelli che vengono a messa solo quel giorno. Certo è che se non andiamo a leggere notizie in posti in cui non dovremmo, a leggere libri non consigliati dal nostro parroco o a vedere film non approvati dal vescovo, neanche sapremmo chi è questo arcivescovo di Boston, e perché molti e l’hanno con lui e non lo vorrebbero seppellito in una basilica di Roma, la stessa in cui si è stato pensionato dalla chiesa dopo le forzate dimissioni. Ma ragionandoci credo che il messaggio di questo gesto sia per tutta le gerarchie cattoliche nel mondo: andate avanti così, coprite ed insabbiate, e non vi faremo mai mancare il nostro appoggio. Fa un po’ paranoia detta così, ma non vorrei fermarmi su quella frase. Spotlight parlava di un 6% di preti pedofili sul totale, mentre il libro Lussuria di Fittipaldi si fermava, se non ricordo male, al 2%. Fanno comunque centinaia di migliaia di molestatori e stupratori di bambini nel mondo che godono di ogni protezione da parte del clero e dell’opinione pubblica, grazie al loro abito di buoni pastori di anime. Quanti ne ha presi questo papa, dopo i suoi infuocati proclami a base di tolleranza zero contro la pedofilia clericale? Credo uno, forse due, ma avendo un dubbio ho deciso di arrotondare per eccesso. E sì che i nomi ce li hanno tutti, anche se spesso, proprio per come è stato costruito il loro sistema, questi nomi ce li hanno solo loro.

E poi siamo noi quelli cattivi, perché non vogliamo affidare i nostri figli a queste persone.

I mancini spiegati a quegli altri

Si parla spesso di quanto siano discriminate certe categorie più alla moda, su tutte quella degli omosessuali. Questo solo perché c’è un’intera classe politica che li ha presi di mira, con la benedizione di tutti i più imponenti apparati religiosi del mondo. Ecco, a mio avviso questa è discriminazione da parte di questa categoria così discriminata, gli omosessuali, ai danni di altre categorie meno discriminate, e quindi più trascurate.

La discriminazione è strana, perché non è sempre frutto di una cattiveria esplicita, come accade per esempio col razzismo. Credo che il più delle volte nasca solo dall’ignoranza: chi non è discriminato non si rende conto che c’è qualcuno diverso da lui che non gode dei suoi privilegi. Certo, se poi questa persona è un politico che imposta tutta la sua campagna sul mantenimento dei privilegi della classe dominante a svantaggio della minoranza discriminata, allora no: quella è una persona cattiva. Come effetto secondario procura una certa visibilità alla categoria sociale che lui ha scelto di discriminare.

Pure io, senza rendermene conto, ho sempre discriminato alcune categorie sociali. Per esempio non ho mai fatto niente nella mia vita per aiutare i daltonici a vivere meglio. Quando ho scelto i colori per il mio sito Internet, non mi sono certo preoccupato che questi fossero graditi ai daltonici: li ho scelti semplicemente così perché il giallo e il marrone sono colori talmente brutti che nessuno li aveva ancora presi in questa accoppiata. Poi, ma solo per caso, credo che siano colori con cui i daltonici non hanno alcun problema, ma non voglio prendermi meriti che non ho. Giusto per informazione, pare che i daltonici siano il 10% dei maschi, quindi il 5% della popolazione mondiale. Significa che probabilmente a vostra insaputa tra i vostri 5000 amici su Facebook ci siano circa 250 daltonici.

Cosa straordinaria, anche gli omosessuali si dice siano il 10% della popolazione mondiale. Significa che se mai cento uomini leggeranno mai queste parole, è probabile che uno di questi sia un omosessuale daltonico, e che quindi si starà riconoscendo pienamente nelle mie parole.

Le donne sono la popolazione discriminata più grande: il 50%, pensa un po’. Vengono discriminate in mille modi diversi, espliciti, subdoli o canonizzati dalla religione. Su tutte ce ne è una che mi fa pensare particolarmente: più o meno una volta al mese ogni donna fertile deve ricorrere ad un bene di lusso chiamato assorbente. Perché per molti stati, tra cui quello italiano, non sporcarsi i vestiti di sangue è un lusso, e quindi va tassato di conseguenza.

Non ho scritto questo per uno spontaneo spirito di solidarietà verso le prime minoranze discriminate che mi sono venute in mente, ma perché anch’io lo sono, sebbene non daltonico, non donna e probabilmente nemmeno omossessuale. Io appartengo al popolo discriminato dei mancini.

Due parole per i destrimani: noi mancini siamo quella parte di popolazione che preferisce usare l’altra mano per fare molte cose che per voi è talmente scontato usare la destra che sicuramente non ci pensate nemmeno. La sinistra, o mancina, è quella mano che voi usate solo di supplemento all’altra per fare quelle cose che di mani ne servono due, tipo tagliare una bistecca, portare un pacco ingombrante o applaudire. In genere per inquadrare un mancino si pensa alla scrittura, ma ci sono tante altre cose, tipo usare una forchetta per mangiare degli spaghetti, o portare alla bocca una birra. Un destrimane subito penserà:

“che problema c’è? Questi oggetti nun funzionamo con la sinistra?”

Purtroppo no: c’è sempre qualcosa che non va. Il boccale di birra per esempio: tutte le volte che c’è un manico, il boccale è asimmetrico:

Certo, ci sono le litre tedesche che hanno la scritta opposta al manico, e che scontentano tutti. Ma negli altri casi, quando è un mancino a bere la marca della birra sta dalla parte sbagliata. Se voglio ricordarmi quello che sto bevendo devo girare il boccale, o bere a testa in giù.

La penna e la forchetta sono simmetriche, in genere. Mica sempre. Il problema però è che devono interagire in condizione di forte asimmetria: la penna impugnata dal mancino non viene trascinata gentilmente sul foglio, ma viene spinta verso di esso, a meno di torsioni assurde del polso. Se è una stilografica si rischia l’allagamento ad ogni parola. La forchetta impugnata con la sinistra tende ad andare addosso alla forchetta del destrimane alla nostra sinistra, che ci guarderà come dei petetici reietti ad ogni gomitata.

E così via: ogni volta che un oggetto non è perfettamente simmetrico o non opera in condizione di simmetria, significa che l’hanno studiato per i destrimani, alla faccia del 10% degli altri.

C’è un oggetto che è la personificazione di tutta la malvagità della discriminante classe dominante dei destrimani: le forbici. Le forbici hanno sempre la lama superiore a destra, quindi significa che se la impugno con la sinistra non vedo quello che sto tagliando. Non pago di questa malvagità, un bel giorno un ingegnere ha pensato bene di inventare le forbici sagomate, quelle per cui il buco grosso del pollice prevede un angolo di ingresso preciso, tipo che se sei mancino o ti trapianti il pollice al posto del mignolo, o ti rassegni ad usare la mano diritta.Alla fine cosa succede? Che noi mancini ci rassegnamo ad imparare ad usare anche l’altra mano e l’altro piede un po’ per tutto:

  • nutrirci
  • ritagliare
  • schiacciare bottoni su diaboliche impugnature ergonomiche
  • premere acceleratori
  • girare manopole del gas di moticiclette
  • suonare campanelli di biciclette, a meno di non voler sollevare tutta la mano dal manubrio per tirare la levetta
  • muovere e cliccare mouse
  • allacciarci bottoni
  • aprire scatolame di latta
  • suonare il piffero. Già: l’ultimo buco, quello per il mignolino, è spostato da un lato, per aiutare un po’ i destri

eccetera, più a fare male altre cose che proprio non si può usare la destra, come scrivere.

In un mondo ostile si affinano le capacità. Se ad un destro dovessero amputare la sua mano prediletta, probabilmente morirebbe di fame e di stenti nel giro di poco. Noi mancini ce la caviamo decentemente con tutte e due le mani a fare tutto. Ma non perché siamo dei geni, ma solo perché viviamo in un mondo costruito al contrario, e ci siamo adattati nostro malgrado.

A volte però girano un po’ le scatole, soprattutto se si ha appena finito di ritagliare un centinaio di cartoncini natalizi per dei regali di natale. Perché va bene tutto, ma ad ogni cartoncino si tratta di dover scegliere ogni volta tra ritagliare male e far fatica per un uso improprio delle forbici. Quindi cosa si fa? Si va su Amazon, dove c’è questo capolavoro della discriminazione destrimane:

cioè: vendono un paio di forbici per mancini, ma che comunque esiste nella versione per destri. Solo che quella per descrimani costa 5,53 euro, mentre quella per mancini costa 7,88 . Ho fatto i calcoli: è 42,5% in più. Che poi dico: se anche facevano a meno di farla, la versione per destri, sono certo che i destrimani bisognosi di ritagliare potevano accontentarsi senza troppi problemi delle migliaia di altri modelli di forbici presenti fatti apposta per loro. Invece no: devono avere anche le mie forbici per mancini, ma in versione destra e ad un prezzo di molto inferiore.

Ecco, tutto qui: non ho altro da aggiungere. Anzi no, un’ultima cosa: sul sito di Mondo Mancino c’è un elenco di personaggi mancini famosi. Roba grossa, tipo Leonardo da Vinci o Einstein, più tutti i musicisti e gli sportivi più meravigliosamente sublimi della storia. Purtroppo i destrimani non sono così organizzati e non hanno ancora registrato il dominio mondodestro.com . Il giorno che lo faranno potranno compilare una lista anche loro e metterci nomi del calibro di Adolf Hitler, Torquemada, Federico Moccia, Carlo Giovanardi e Pol Pot. Alla faccia della mano del diavolo.